Nel 1927 Arturo Castiglioni , storico della medicina e docente a Yale (U.S.A) sosteneva che “…..nessuno può veramente e profondamente intendere il presente e guardare coscientemente l’avvenire, se non conosce le fonti e non sa cercare le vie attraverso le quali la conoscenza della verità è arrivata a noi……..”.

E’ ovvio e inevitabile che una grande parte delle teorie mediche del passato siano andate incontro ad una totale obsolescenza, d’altro canto erano teorie infarcite di errori legati soprattutto alla carenza di mezzi di ricerca e di sperimentazioni adeguati. Ma ciò nulla toglie alla loro importanza. Il progresso e le scoperte, si sono avvalse sia degli errori, che delle geniali intuizioni dei padri della medicina. E poi non possiamo dimenticare la grande passione e dedizione che questi nostri predecessori mettevano nella cura dei malati ed in particolar modo nell’assistenza dei bambini.

Spirito di questa rubrica è quello di ricordare sia quegli errori, che quelle geniali intuizioni, che oggi rappresentano le fondamenta delle nostre conoscenze.

Giovanni Fasani.



A cura di Giovanni Fasani

Tutte i trattati e i manuali terapeutici dall’antichità (ad es. i “secreti medicinali” e le “articelle”) sino ai testi dei giorni nostri hanno riservato ampio spazio alle preparazioni a base di vino, alle quali veniva e viene attribuita un’azione terapeutica o almeno ritenuta tale. Concentreremo il nostro interesse solo su alcune indicazioni prese dalle pubblicazioni sopraccennate per arrivare ad osservare quanto ampio fosse l’utilizzo del vino nei trattati pediatrici più famosi, come ad esempio quello che viene considerato il primo vero testo di pediatria: Underattelser on bornasjukdomar och deras botemedel, di Rosen von Rosenstein (fig. 1) stampato a Stoccolma nel 1765. Prima di arrivare al Rosenstein, dunque, tra le centinaia di pubblicazioni che riportano riferimenti al vino come rimedio sanitario, vogliamo ricordare uno tra i trattati di farmacopea e di materia medica più noti ovvero I Discorsi… di M.° Pietro Andrea  Matthioli, stampati per la prima volta a Venezia da Valgrisi nel 1554. Il Matthioli aveva  ripreso il testo dei sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo  (medico, botanico e farmacista greco vissuto nel primo secolo dopo Cristo, che esercitò a Roma ai tempi dell'imperatore Nerone) commentandolo e arricchendolo di centinaia di xilografie, creando forse il più famoso testo / atlante di fitoterapia con numerosissimi riferimenti al  vino ed ai suoi preparati: così troviamo il capitolo sul vino in generale (pp. 819.32 e 820.62), i capitoli “vino quanto giovi moderatamente bevuto” (p. 821.3) e  “vino a chi si convenga & a chi no” (p. 821.7) o ancora un’analisi dei singoli tipi di vino come il “vino di lambrusca” (p. 823.5), il “vino melato” (p. 823.55), il “vino resinato” (p. 830.43), il “vino rosado” (p. 829.48) e molti altri ancora. Tra altre pubblicazioni ci piace anche ricordare i “Secreti” di Padre Alessio Piemontese, Girolamo Ruscelli, vissuto tra il 1470 e i primi decenni del XVI secolo,1 nei quali compaiono numerosissimi riferimenti all’attività terapeutica del vino, ad esempio per “chi non tiene il cibo al soverchio vomito & alla debilità grande dello stomaco” (p. 33)  o come “rimedio perfettissimo a chi fosse sordo” (p. 27) o ancora  “a far venire & multiplicare il latte alle donne” (p. 29). Nella trascrizione del trattato di Paolo Aegineta (fig. 2), Libri septem edita a  Basilea nel 1538, nel capitolo XCV, De virtutibus vini, sottolineiamo l’affermazione: “Valetudinis secundae studiosum vini potestas fugere non debet”, non deve sfuggire allo studioso la capacità del vino di assecondare la buona salute (p. 17).  Anche Giacomo Primerose, considerato il primo pediatra inglese con il suo De morbis puerorum, stampato da Leers ad Amsterdam nel 1559, consigliava di utilizzare il vino nelle parassitosi, “potu sit vinum tenue, decocto cornu cervi…” (p. 92); nelle calcolosi “Pulvis baccarum hederae cum vino albo detur” (p. 91); nell’incontinenza urinaria, dove tra i numerosissimi rimedi compariva il “Cerebrum Leporis ex vino albo potum, fæpius expertum ait Paraeus” insieme ad una curiosa terapia astringente: “Sic prodesse possunt calamintha, castroreum, myrrah, ruta,glandes tosti cum aqua plantagionis, vino albo, sic decoctum myrtillorum, nucum cupressi, rosarum rubrarum balaustiarum (melograni) & alia essicantia calescentia & adstringentia, fotus & balnea ex thermis

Fig. 1 – Pietro Andrea Matthioli, incisione XVI secolo

Fig. 2 - Rosen von Rosenstein, litografia XIX secolo

sulfureis, vel ex sulfure, nitro, & adstringentibus”(pp. 96-97).  Un’altra famosa farmacopea, quella di Giuseppe Quercetano, Pharmacopea dogmaticorum restituta, stampata da  Bringer a Fancoforte nel 1614, dedicava un intero capitolo, il IX, ai vini dividendoli in “simplicia & composita”, tra i primi figuravano ad esempio i vini: Angelica, Salviatum, Foeniculatum, Anisi, Centaurii minoris, Alkekengi, Scylliticum, tra i secondi i vini: Helleboratum, Hippocraticum, Antiepilepticum, Anapoplecticum, Ophtalmicum. Sebastiano Austrio, come si rileva nella trascrizione di Nicolò Fontana (In Sebastianum Austrium medicum caesareum. De Puerorum Morbis, apud Ioannem Jannssonium, 1642) consigliava l’utilizzo del “vinum Rhenanum album” nell’idrocefalo (p. 49), mentre riteneva che il vino andasse assolutamente evitato nelle altre affezioni del sistema nervoso “… vinum, & praesertim syncerum, & aqua non dilutum”, anche se secondo Avicenna “vinum antiquum valde confert aegritudinibus nervorum omnibus” (pp. 153-154). In alcune affezioni gastriche (p. 390) poteva tornare utile “balsami guttulas vino malvatico propinare hujus mali antidoto, cuius usu praesertim Absinthini gloriatur Galenus”. Il vino poteva fungere anche da alimento: “Vinus potus suavissimus, alimentum praestantissimum celerrime nutriens”. Risultava consigliato anche nelle “de ventri inflamtionibus” insieme all’anice, al finocchio, al cinnamomo, all’altea, alla camomilla, alla betonica e a molti altri rimedi fitoterapici (p. 429). Anche nella Farmacopea del Lemery, una tra le più utilizzate del XVIII secolo, venivano citati alcuni vini terapeutici come il Vinum nephreticum Bauderoni, il Vinum martialem, il Vinum magistrale purgans, il Vinum febrifugum, il Vinum emeticum aut stibiatum. Secondo il Campana (A. Campana, Farmacopea ferrarese, Piatti, Firenze 1818, p. 310) tra i vini terapeutici assumevano grande importanza il vino acciaiato e soprattutto i vini composti con china, che peraltro protrarranno la loro fortuna fino ai giorni nostri. Ma come dicevamo, numerosi sono i riferimenti al vino nel trattato del Rosenstein e nelle note stilate dal medico milanese Giovan Battista Palletta in margine alla traduzione italiana del testo originale. I riferimenti sono relativi sia all’utilizzo, che al divieto di consumare vino, divieto come quello indicato per la balia (p. 4), anche se in una nota successiva il Palletta sottolineava che seppure l’uso smodato fosse dannoso per le nutrici, era anche vero che “essendo il vino copioso in Italia e formando la bevanda ordinaria, difficili riesce sostituirvene un’altra.” (p. 60). Così in una nota successiva il Palletta, nel far notare che tra i vari metodi per rianimare o rinvigorire il neonato gli antichi teutoni erano soliti immergerli nell’acqua fredda come “fanno i Selvaggi del Nord”, riteneva che fosse “infallibilmente più ragionevole un bagno d’acqua tiepida, che nei fanciulli deboli si rende più corroborante coll’unirvi una porzione di vino” (p. 15). E sempre il Palletta a proposito del prolasso rettale dei neonati riteneva che dopo averli fatti “sedere a nudo sopra pietre fredde e… dopo la riposizione fatta colle dita”, producessero buon effetto i clisteri di vino stittico” (p. 28). 2

Il Rosenstein poneva il vino tra i vari rimedi per le diarree poiché “se il figlio è già debole si fa coagulare un po’ di latte nel vino e gli si dà il siero da bere” (p. 69). E nella diarrea da cibi poco cotti, che “chiamasi  lienteria”, mentre i figli dei ricchi possono avvalersi di rimedi complessi a base di sostanze costose come Cascarilla, Cinnamomo, etiope marziale di Parigi (ossido di ferro), acqua di Spa del fonte Pohuonne e di una dieta particolarmente ricca, “i figliuoli de’ poveri usino per quanto è possibile… alla sera il vino marziale londinese, al quale, per sminuirne il prezzo, si può sostituire il vino bianco di Francia. Questo si prende con acqua nella quale siasi fatta cuocere della cannella” (p. 77).  Spesso nella diarrea, diceva ancora il Rosenstein, capita che “le glandole del mesenterio sono dure e ostrutte” ed allora “Le ostruzioni del mesenterio non possono essere meglio curate che colla cicuta o conio del dottor Störck della quale ogni giorno se ne prescrive una, due, tre, quattro o più grani soprabbevendovi tutte le volte del legger vino mielato o siero” (p. 79). E infine nella diarrea che egli chiamava “colliquativa” e per la quale “non v’ha rimedio… quel tanto che si può fare si è prolungare alcun poco la vita con piccoli clisteri di amido e latte con poco spirito di vino…” (p. 85). Anche nel vaiolo secondo il Rosenstein il vino trovava un  suo ruolo terapeutico nel caso di mancata eruzione delle vesciche vaiolose “… se non escono come dovrebbero, se rimangono piccole e continua insieme il vomito, se il polso è debole e celere, dobbiamo interpolatamente dare all’ammalato qualche cucchiajo di vino o di melicrato (sinonimo di idromele, ma anche di rimedio a base di miele e vino con l’eventuale aggiunta di varie erbe come salvia, artemisia, issopo, origano, Horminio e Betonica)  o lasciarli bere siero vinoso” (p. 116). Sempre nel vaiolo il vino ‘renano’ poteva essere utilizzato come componente di un rimedio antiemetico ad azione topica (!): “Se è troppo gagliardo si pone sull’epigastrio un sacchetto di menta e poco zafferano; ovvero si fanno cuocere queste specie nel vino del reno, e poste su panno doppio, e ben spremute s’applicano allo stomaco…” (p. 144). Mentre nei soggetti convalescenti dal vaiolo tornavano utili “per ridonare tono ai solidi rilasciati, la china-china e il vino acciajato”, un vino ottenuto con le vinacce e reso tale “con l’avervi tenuto dentro la limatura dell’acciaio, secondo che ordinariamente si costuma da’ medici” (p. 199)3. Un uso particolare del vino era quello contro un tipo di vomito: “quando il vomito è effetto di timore, s’incoraggisce il figlio, presentandogli anche del vino… (p.213). Caso clinico del tutto particolare, invece, quello di una bambino spaventato per essere caduto a terra intanto che era in braccio al padre cocchiere e che “…si spaventò talmente, che la madre sopravvenuta al rumore il levò da terra per morto, e sembrava in fatti un cadavero, essendo egli smorto, senza polso, cogli occhi, e colla bocca chiusa. Fu portato a letto, e involto in un panno bagnato di vin del Reno: Poco dappoi tornò in sé e comincio a gridar forte. Gli furono date alcune gocce di liquor di corvo di cervo succinato nel vin del Reno… e dopo alcuni giorni megliorò assai, ma fu quasi subito preso da una lunga diarrea, la quale non ebbe fine se non quando gli ordinai il vino acciajato di Londra…” (!) (p. 214). Anche l’ittero poteva trarre vantaggio “…dal vino aloetico alcalico di Londra preso nella stessa guisa d 15 a 20 gocce. (p. 244). Il Rosenstein consigliava anche l’utilizzo topico del vino nella febbre intermittente “… ponendo sullo stomaco un panno di flanella caldo bagnato con acqua della Regina o con spirito di vino…”, ma anche un rimedio per os a base di china-china, vino bianco di Francia (vini albi gallici optimi), buccia d’arancia e zucchero (p. 268). Il vino, secondo il medico svedese, era invece poco utile nelle infestazioni da vermi: “si dice che i vermi schivino il vino, ma ho visto vermi ancora vivi dopo dodici ore di permanenza nel vino” (p. 278), anche se in alcuni casi di verminosi si poteva somministrarlo per lenire alcuni sintomi dell’infestazione da vermi come “l’inquietudine, la pressione sotto il petto, la tensione di ventre”. Consigliava allora “vino con una cucchiaiata d’assenzio” (p. 295). In qualche caso il Rosenstein aveva comunque ottenuto risultati favorevoli prescrivendo “ai fanciulli l’infusione di un’oncia di semenzina (seme santo) in una libbra di spirito di vino rettificato”. La preparazione prevedeva che “dopo l’infusione di un giorno si filtra lo spirito e vi si scioglie dento un po’ di sal marziale puro. Il fanciullo ne inghiottirà quanto un cucchiaio di caffè alla mattina in un tempo di luna calante…” (p. 303). Anche nelle “palpitazioni di cuore”, sempre a proposito delle infestazioni da vermi, il Rosenstein utilizzava la tintura amara di rabarbaro per trenta giorni, ma se questa non aveva effetto allora: “… io dava alla stessa dose per alcune settimane il vino acciajato di Londra” (p. 304). Non poteva mancare l’impiego del vino nel “mal venereo”, anche in questo caso ad uso topico, ed in particolare ricorda che il signor Assessor Birchen medicava con buoni risultati le ulcere veneree “… per cinque settimane col solimato (sublimato di mercurio) sciolto alla dose di quattro o sei grani in un’oncia (circa 30 grammi) di spirito di vino” (p. 406) oppure, sempre nel mal venereo, dopo l’unzione con linimento a base di mercurio era utile detergere “il corpo con acqua di sapone appena spruzzata con spirito di vino” (p. 424). Dopo il Rosenstein citeremo qualche caso di utilizzo del vino nelle malattie dei bambini da parte di alcuni noti autori di trattati pediatrici. Ci riferiamo, ad esempio, a Cristopher Girtanner (Trattato delle malattie dei bambini, Pasquali, Venezia 1803). Il medico tedesco utilizzava lo “spirito di vino canforato” nel cefaloematoma (p. 26), ma anche nell’ernia ombelicale (p. 33), e il “vino rosso tiepido” come disinfettante dopo tutti i piccoli interventi chirurgici (es. recisione frenulo linguale). Secondo il Gitanner il vino tornava utile nella “rachitide”, somministrando “qualche volta un pajo di cucchiaj da caffè di vino vecchio” (p. 70). Il vino antimoniato di Huxham era da prendere in considerazione tra i rimedi per le “difficoltà di respiro” (p. 110).  Utile il vino anche nelle afte, nelle quali era da proscrivere, tra gli emetici, “lo sterco di pollo infuso nel vino di Francia” consigliato dal Rosenstein: “è un peccato che sì fatta genia di medicamenti deturpino frequentemente l’opera del Rosenstein” (p. 117). Il vino poteva essere vantaggiosamente utilizzato nella congiuntivite (P. 153). Così riteneva che nei vomiti ripetuti fossero utili gli “fomenti con panni di lino inzuppati nel vino di Spagna” (p. 168).  Anche l’Armstrong (Trattato sulle malattie più comuni ai bambini dalla loro nascita sino alla pubertà, Londra 1792) si affidava al vino come rimedio in alcune patologie. Ricordiamo ad esempio che “Allorché né i diuretici, né i vescicanti non hanno potuto arrestare i progressi dell’idrocefalo ho veduto un altro rimedio ritardare almeno e qualche volta prevenire interamente la catastrofe.  Questo rimedio è ben semplice, è il vino... Il malato sembrava moribondo: gli si diedero alcune cucchiajate di vino di Spagna non già sulla speranza di salvarlo, ma per non abbandonarlo interamente; e questo vino consigliato così dire per azzardo, lo ristabilì. Ne ho sempre dato in allora, tosto che ho veduto il polso rallentarsi o solamente diventar più debole come che assai di frequente. Ho preferito il vino di spagna come il più cordiale e il più aggradevole. Ne ho dato sino alla dose d’una mezza oncia d’ora in ora o al di là; ed ho sempre veduto che gli ammalati lo prendevano con singolare piacere, che longi dall’agitare li calma, diminuisce le loro angosce, se non previene la morte rende almeno l’agonia incomparabilmente più dolce e tranquilla” (p. 253). Anche il Frank (Joseph Frank, Sistema completo di Polizia Medica, Pirotta e Maspero, Milano 1807) a proposito della morte apparente dei neonati

Fig. 3 – Cristoph Girtanner, incisione, XVIII secolo

Fig. 4 – Joseph Frank, litografia, XIX secolo

sosteneva che nell’asfissia oltre al “soffregare alquanto le piante dei piedi e le due mammelle con una spazzoletta” poteva essere utile “succhiare alquanto la mammella sinistra (!?)…, gettare all’improvviso del vino od anche dell’acqua fredda sulla faccia, sul petto e sui genitali” (pp. 179-180).  Al termine della, diciamo così, rianimazione primaria, tra i vari rimedi da mettere in atto “converrà finalmente lavare il capo e la faccia col vino caldo e mettergliene sullo scrobicolo del cuore e sul bassoventre”. E anche nel cefaloematoma, il Frank asseriva di aver risolto il problema con “spirito di vino canforato” (p. 192 nota 1). Il Plenk (Joseph Jacob Plenck, Doctrina de cognoscendis et curandis morbis infantum, Geistinger, Vienna e Trieste 1807) alla pari del Frank riteneva che nell’Asphyxia pallida neonatorum fosse utile un “balneo tepido” a base di spirito di vino, ma anche “oris cavo instilletura vinum forte…”. (pp.13-14). Certamente meno indulgente e meno propenso all’uso del vino appariva l’Harris, (Walter Harris, De morbis acutis infantum, Smith. Londra 1789) che, sosteneva “… infantume naturae… vinum est maxime alienum…” (p. 23). Secondo un altro pediatra, l’inglese Wilson (Aforismi…sulle malattie dei bambini, Bolzani, Pavia, 1793), il vino poteva essere utilizzato come stimolante dell’appetito: “quando i bambini sono distolti dal loro naturale alimento…un debole siero vinoso fatto col vin bianco può servire all’uso” (p. 11). Ma anche nella rachitide “il vino somministrato giornalmente a piccole dosi fa buon effetto”. Tra i vari autori di testi sulle malattie dei bambini varrà forse la pena citare anche il francese Charles Michel Billard (Traité des maladies des enfants nouveau-nés et à la mamelle, Parigi 1837), che a più riprese nel suo trattato prende in considerazione l’uso del vino. Così, ad esempio, consiglia l’utilizzo di leggeri tonici come “alcune cucchiajate di vino di Malaga, o vino medicato alla china-china” nelle fasi di convalescenza della scarlattina dopo la desquamazione (p. 106); nella detersione delle ulcere nella rupia (manifestazione eruttiva della pelle caratterizzata da croste di aspetto simile a quello d'una valva d'ostrica), che si formano su lesioni ulcerative complicate da infezioni suppurative con un “miscuglio di acqua e vino” (p. 113); nella stomatite gangrenosa, dove tra i vari rimedi corroboranti “sarà sempre tuttavia lodevole il sostenere le forze del malato con una miscela di latte e brodo ossivero anche con qualche cucchiajo di vino di Malaga, apprestato entro la giornata” (p. 203); nella cosiddetta “diarrea d’estate”, dove il sig. Burns […] soleva con successo “nutrire il bambino con carne di bue, coll’arrowroot, con delle pappe, dandogli da bere del vino bianco” (p. 366); come corroborante anche nelle fasi di guarigione della “tosse convulsiva” (p. 458); nell’idrocefalo acuto, secondo quanto indicato dal Borsieri, che consigliava le fomentazioni con vino caldo aromatizzato”(p. 499). Citerei infine Valeriano De Gerloni, autore di un Compendio terapeutico delle malattie dei bambini (Tip. Mechitaristi, Vienna, 1857). Questi riteneva che numerose fossero le condizioni patologiche nelle quali il vino poteva essere chiamato in causa come rimedio, anche solo parziale. Citeremo ad esempio l’anasarca, l’atrophia infantum, il cefaloematoma, la blepharophtalmia neonatorum (p. 34 sotto forma di vino oppiato); la chlorosis pubertatis (p. 42), la bronchitis capillaris (p. 39: “si dà del vino…”); la bronchitis chronica, (p. 40, però “vino di Bordeaux”) nel croup (in realtà l’aceto di vino, p. 77). Importante infine nella Gangrena oris la somministrazione di vino come tonico “per rialzare lo stato delle forze” (p.182) e nelle condizioni di adinamia del tifo dove è preferibile il vino Malaga! (p. 293). Lontano dal voler essere una trattazione organica ed esaustiva sull’utilizzo del vino in ambito pediatrico come rimedio terapeutico o tonico e corroborante dall’antichità sin quasi ai giorni nostri, ricordo a tale proposito l’uso che se ne faceva nelle colonie estive come ricostituente !, l’articolo vuole solo ricordare la vasta gamma di patologie nelle quali il vino venne utilizzato da famosi medici del passato pensando che possa essere di stimolo ad una ricerca più ampia.

1 Edizione consultata quella edita da Conzatti a Venezia nel 1614.

2 I medici definiscono “vino stitico, il vino non dolce, né abboccato”: in Vocabolario domestico genovese-italiano di Angelo Paganini, Genova 1857, p. 97.

3 Voci, maniere di dire e osservazioni di toscani scrittori di Andrea Pasta, Brescia 1769, p. 3

 

 

 



(Giovanni Fasani, Gruppo di Studio di Storia della Pediatria della SIP)

Una puntuale segnalazione di Pier Luigi Tucci mi ha spinto ad approfondire un aspetto della figura del frate francescano Guglielmo Massaja (Fig. 1).

Il Cardinal Massaja

Fig. 1

Il Massaja, nato a Piovà d’Asti l’8 giugno 1809, venne battezzato coi nomi di Lorenzo Antonio, ma assunse poi il nome del fratello, Gugliemo, quando divenne frate cappuccino nel 1826. Fu poi ordinato sacerdote nel 1832 ed ebbe l’onore di essere nominato Cardinale da Leone XIII nel 1884. Morì a San Giorgio a Cremano, Napoli, nel 1889. Recentemente è stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco. La maggior parte della sua vita pastorale si svolse come vedremo, nelle vesti di missionario e “medico” in Africa, principalmente presso le popolazioni dei Galla dove fondò diverse missioni, tra cui Finfinnì, “nuovo fiore”, che sarebbe poi diventata Addis Abeba.

“Parrà inoltre ai miei lettori curioso, se non un po' strano, che mi sia dovuto occupare di medicina e di chirurgia. E pure furono appunto questi atti di carità che mi aprirono la strada, e mi avvicinarono a quelle popolazioni, cattivandomene la benevolenza. Là non vi sono né medici, né chirurgi; ma solo alcuni maghi che pretendono guarire, più con segni ed oggetti superstiziosi, che con i veri rimedj apprestati dalla scienza e dalla natura. Compresone pertanto subito il bisogno, mi richiamai a memoria quanto aveva appreso di teoria e di pratica su questa materia nell'ospedale mauriziano di Torino, del quale più anni fui Cappellano: e quelle scarse cognizioni mi giovarono grandemente.

E poiché là le malattie umane sono più limitate che tra noi, per la costanza del clima e la semplicità della vita; così non tardai a trovare efficaci rimedj di guarigione anche servendomi dell'empirismo indigeno con grande giovamento di quei meschini, e con non minore profitto del mio apostolico ministero, l’innesto del vaiuolo (fantatà nella lingua dei Galla) principalmente, colà sconosciuto, e da quei popoli poscia grandemente apprezzato, mi conduceva ai piedi a centinaia ogni sorta di persone; alle quali, oltre la guarigione materiale, mi studiava dar quella che fra tutte è importantissima e salutevolissima, la morale. E devo in gran parte a questo benefico ritrovata dell'ingegno umano la stima e la benevolenza, che verso la mia persona nutrivano tutti quei popoli.”

Il frontespizio dei diari

Fig. 2


Basterebbero queste parole tratte dalla prefazione dell’opera I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia (Poliglotta, Roma - Milano 1885) (Fig. 2) per sottolineare quanto importante fu il ruolo dell’attività sanitaria condotta dal cardinal Massaja durante le sue missioni, soprattutto come vedremo, nelle vesti di vaccinatore contro il vaiolo.  Il sapere medico fu un mezzo quasi indispensabile per esercitare il suo ministero e portare avanti l’evangelizzazione di quei territori dell’Etiopia. In diverse occasioni si trovò in contrasto con le popolazioni locali e soprattutto con i regnanti delle varie tribù, che mal sopportavano il grande seguito che il Massaja aveva tra gli indigeni. In particolare ricordiamo che il vescovo copto, tradizionalmente denominato “Abuna Salama”, lo schernì soprannominandolo “Abuna Messias” (Fig. 3), Vescovo Messia, ma il Massaja attraverso le sue azioni trasformò lo scherno in un titolo d’onore.

Abuna Messias

Fig. 3

Abbiamo già sottolineato che spesso i missionari, oltre che prodigarsi per diffondere la religione cristiana, si prodigavano, con impegno non certo inferiore, per l’assistenza sanitaria, per la cura dei malati indigeni spesso affetti da terribili malattie infettive come la lebbra, la febbre gialla e il vaiolo. Il Massaja, lo abbiamo appreso dai suoi diari, non era completamente a digiuno di nozioni mediche, avendo ricoperto la carica di Cappellano dell’ospedale Mauriziano tra il 1834 ed il 1836. In quei due anni ebbe infatti l’occasione di ascoltare quotidianamente le discussioni diagnostico-terapeutiche dei sanitari e di osservare le loro operazioni chirurgiche. Fu proprio l’utilizzo di queste cognizione mediche a favorire successivamente in molte occasioni la sua attività missionaria, conquistando la fiducia degli indigeni per aver risolto o evitato con successo alcune patologie. Non disdegnò comunque di analizzare a fondo e di utilizzare, quando necessario, i rimedi legati alle usanze secolari delle comunità locali

 

L’innesto e la vaccinazione antivaiolosa

La sua attività sanitaria sia per l’innesto, che per la vaccinazione antivaiolosa e più in generale per la cura delle numerose malattie di cui erano affetti degli indigeni è raccontata da numerosi passi dei suoi diari. Ne seguiamo le tracce nei suoi scritti.  Le prime notizie della sua attività come vaccinatore il Massaja le riferiva agli inizi del terzo libro dei suoi diari quando aveva stabilito la sua residenza nel territorio Gudru, a sud del Goggiam nel centro dell’Etiopia, abitato per lo più dai Galla (Fig. 4).

Carta etnografia dell'Etiopia

Fig. 4

La Missione, dice il Massaja, “si era grandemente popolata” ed egli cominciava a temere arrivasse il “terribile flagello... il quale se mena strage in Europa molto più miete vittime in Africa, dove sino al mio arrivo non conoscevasi punto la vaccinazione…”. La situazione era resa ancora più drammatica dall’assenza di igiene e dalla promiscuità, “si abita e si dorme come animali”, per cui sarebbe stato impossibile contenere il contagio. Coloro che venivano colpiti da vaiolo venivano abbandonati a se stessi, le case e i pochi effetti personali bruciati. Di fronte a questa pericolo incombente il Massaja decise di iniziare a vaccinare con cautela coloro che abitavano la missione. Così racconta: “Dall’Europa aveva portato con me, ben conservata e custodita, una buona quantità di vaccina, ed altra me ne era stata data da Clot-Bey in Egitto e poi dal dottor Pennè in Kartum”. “Un giorno senza dire che cosa fosse e che intendessi fare per non metter in apprensione e destar sospetti in quegli indigeni inoculai il vajolo a tre giovani dei più affezionati e meno timidi”.

Ma il risultato non fu pari alle aspettative in quanto la vaccinazione non indusse alcuna reazione. Dopo dieci giorni riprovò inutilmente con altri tre giovani, sospettò allora che la mancata risposta dipendesse dal fatto che la “vaccina avesse sofferto il caldo lungo il viaggio o dal lungo tempo che era stata inoperosa”. Pensò allora di interpellare un ricco proprietario di bestiame della zona, Negus-Schumi, per sapere se le sue vacche fossero per caso malate di vaiolo bovino ed ottenere un vaccino fresco, ma il tentativo andò a vuoto. Il Massaja decise allora di fare un “passo indietro” tornando all’innesto “cioè d’inoculare col pus estratto dagli ammalati stessi di vajolo”. Solo dopo qualche mese si presentò al Massaja l’occasione per ritentare “l’esecuzione del caritatevole disegno”. Nel frattempo fece costruire capanne di isolamento per poter separare gli ammalati dal resto della famiglia “come si usa in simili epidemie”. L’attività del Massaja come vaccinatore poté proseguire grazie alla recrudescenza dell’epidemia di vaiolo ad Asandabo, che egli definì “Un provvidenziale flagello” (III, p.77), perché gli consentì di raccogliere dalle pustole di due giovani, non vaccinati, malati in via di guarigione una certa quantità di pus. Per la conservazione del prezioso materiale, il Massaja si servì di una “trentina di vetri nei quali aveva già portato il pus dall’Europa…”, che riempì e richiuse col mastice affinché il contenuto non si alterasse. In quella stessa epidemia tentò con successo un intervento ortopedico. Racconta infatti di un giovanetto “che stava rincantucciato per terra, teneva sempre le ginocchia piegate”. Scoprì che l’atteggiamento era dovuto a piaghe interne alle ginocchia dove “vi brulicava un gran quantità di vermi”.

Temendo che “restasse storpio come suole accadere a tanti indigeni colti da vajolo in giovane età” gli legò le gambe con alcune stecche di legno “finché non fossero tornate al naturale movimento”. Fortunatamente guarì senza contrarre alcun difetto (III, p. 79). Il terribile morbo portava al decesso circa la metà dei giovani colpiti, mentre metà si salvava, “ma quasi tutti restavano o ciechi o storpi”. D’altro canto si chiedeva il Massaja come avrebbe potuto essere diversamente visto che venivano abbandonati senza cure, “gettati per terra come bestie in quelle luride capanne, mezzi ignudi e senza neppure una coperta?”. La grande paura del contagio permise al Massaja di eseguire numerosi innesti, “centinaia di persone in un giorno… in un’ora più di cinquanta persone” (III, p. 82), che “grazie a Dio, nel settimo giorno e quasi alla stessa ora furono presi tutti dalla febbre e dopo tre giorno comparve la pustola sulla ferita dell’inoculazione”. Il risultato positivo ottenuto richiamò un grande numero di persone spingendolo ad estendere l’innesto, non senza qualche preoccupazione, indistintamente a tutti coloro che ne fecero richiesta. In qualche caso trovò non poche resistenze da parte di alcuni indigeni convinti che il vaiolo fosse un fenomeno soprannaturale dovuto a “un genio malefico”, a cui era inutile resistere e che poteva essere placato solo da “sacrifizi e oblazioni”.

L’attività d’inoculazione proseguì successivamente a Gombò (IV, pp. 22-29) dove la fama di “guaritore” aveva preceduto il suo arrivo. Avvicinato dai capi della comunità venne rassicurato sul fatto che “tutti vi stimano e vi portano affetto” avendo avuto notizia “del ben che facevate”. Quasi tutti si dichiararono pronti a fare tutto ciò che chiedeva “purché diate anche a noi la medicina del vajolo”. Il Massaja cominciò quella che egli, forse stanco, qui chiamava “nojosa fatica”, inoculando il vaiolo a quindici persone della casa ove venne ospitato. Poi, dopo qualche esitazione di alcuni indigeni, avviò l’inoculazione su grande scala visto che: “cominciò a presentarsi una folla sì grande, che non mi dava il tempo né di mangiare, né di pregare, né di dormire”. E non poteva neppure farsi aiutare da qualche collaboratore perché era nato il pregiudizio che l’effetto dell’innesto fosse dovuto alla sua saliva, con cui inumidiva il pus. Ciò rendeva impossibile la sostituzione di persona. Vi furono alcuni non responder, che il Massaja attribuì “all’aver avuto nell’infanzia il vajolo”. Trattandosi di innesto ebbe anche alcuni casi di “vero vajolo”, che fortunatamente “dopo otto giorni restarono perfettamente guariti” (IV, p. 28). “Fra tutti coloro ch’ebbero innestato il vajolo, più di un centinajo erano bambini e fanciulli sotto i due anni”. Le stesse condizioni si ripeterono nei villaggi di Giarri e di Gobbo (IV, pp. 30-39). Nelle due località citate, l’attività di innesto del vajolo fu realmente intensa. Moltissime le richieste della “medicina contro il vajolo”, che spinse il Massaja ad inoculare sino a 120 persone al giorno (IV, p. 31). Dopo quindici giorni di faticoso lavoro non vi fu più alcuno da inoculare e gli indigeni dei due villaggi “cominciarono a far festa, dandosi ad ogni sorta d’allegria, cantando lodi ad Abuna Messias…, con banchetti in suo onore…. e regali di bovi, pecore, capre, galline, uovi, sali, grani, insomma ogni ben di Dio… ”. Le lodi al Massaja si sprecarono esaltando “le meraviglie dell’innesto del vajolo e le virtù del Padre Bianco, che aveva portato al popolo tale benefizio” (Fig. 5).

Inoculazione del vaiolo

Fig.5

Seguì l’inoculazione degli abitanti di altri villaggi come Lagamara, Leka,, Tibiè e Ennerea  (IV, pp. 136-139). Si calcola che il Massaja abbia eseguito oltre 35.000 innesti o vaccinazioni in 35 anni.

 

La Dissenteria

A Lagamara il missionario fu costretto ad affrontare un’altra patologia, che egli definiva “una delle tre comuni patologie, che distruggono quelle popolazione e devo aggiungere più frequente dopo febbre gialla e vajolo e miete più vittime che non le altre due insieme”, la diarrea. Il Massaja suddivideva tre tipi di diarrea. “La prima era causata da miasmi epidemici, non abbastanza conosciuti, i quali sconvolgendo tutto l’organismo digestivo, producevano una vera dissenteria. Questa era la più terribile e la più difficile da curarsi”. La seconda, meno violenta e ostinata della prima, compariva dopo una carestia generale, soprattutto nelle famiglie che più avevavno sofferto “per povertà o per disgrazie di lunga fame”. “Questa era per lo più cagionata da debolezza ed atonia degli organi digestivi. La terza, comune e più frequente, era prodotta da cause particolari, come disordini nel mangiare, stravizj, o pure da retrocessione di umori nell’interno del tubo intestinale gastrico”.

Purtroppo il Massaja aveva ormai esaurito le scorte di farmaci, “principalmente di medicine europee, richieste per quel male” e lamentava ad esempio la mancanza di “gelatina, tanto efficace per quella malattia”. Contemporaneamente criticava l’uso eccessivo e sconsiderato del latte come rimedio per numerose malattie con il risultato di disturbi gastrointestinali anche gravi. Così come criticava l’abuso del tabacco da fumo, pure utilizzato per le situazioni patologiche più disparate. Il Massaja alla fine risolse che probabilmente la miglior terapia possibile era quella di “rimettere le funzioni digestive” attraverso un’alimentazione il più corretta possibile a base “carne secca”. “Prevedendo che alla carestia sarebbe tenuta dietro la diarrea, aveva fatto una grande provvista di carne secca, cioè quei pezzi muscolo, che colà si tagliano a lunghe liste, e poi seccati si tengono in conserva; or questa carne, tagliuzzata ed arrostita sul metàd, faceva masticare continuamente agli ammalati; affinché inghiottendola con molta saliva, ricevessero nello stomaco in nutrimento sostanzioso, e saturo di umore digestivo”. Da bere preparava un decotto di tamarindo oppure di “orzo abbrustolito con sugo di limone”, spesso anche qualche sorso di idromele “nella proporzione di una parte di miele e tre di acqua, fermentato con erbe aromatiche”.

La diarrea “miasmatica”, scriveva il Massaja, era quella che presentava maggiori difficoltà di cura e mise “a tortura il mio cervello e la mia limitata perizia, per trovare, fra i pochissimi mezzi che il paese offriva, quali potessero essere per arrestarla”. Per calmare i dolori ricorreva principalmente “alla benedetta e provvidenziale malva” o a rimedi a base di papavero, lattuga selvaggia e domestica, tamarindo, anice e camomilla. Ma mancavano altri rimedi in particolare farmaci che potessero risolvere i casi di diarrea più grave “con forti dolori, spasmi ed evacuazioni con emissione di sangue”. La situazione era spesso peggiorata dall’intervento di maghi del luogo, chiamati Oghessa, che propinavano ai pazienti intrugli micidiali.

 

La febbre gialla

Non meno terribile era la febbre gialla, anch’essa attribuita a un “genio malefico” e vi fu un’occasione nella quale alcuni detrattori del Massaja giunsero a ritenerlo responsabile del contagio.  Il Massaja oltre allo scontato suggerimento di evitare il contatto con gli ammalati di febbre gialla (III, p. 22), suggeriva alcune precauzioni “riconosciute opportune ed efficaci” come il “tenere sempre in bocca alcune erbe aromatiche, utilissime in quei paesi caldi per eccitare la salivazione, e neutralizzare l’aria venefica che vi si andava respirando”, anche perché per la lunga esperienza il missionario “si era convinto che il veleno di quella malattia si comunicasse alle persone più per mezzo della respirazione che per altra causa”.

La situazione era peggiorata “dall’insalubrità di quelle misere capanne, e la poca o nessuna pulitezza”, l’assenza di finestre e la mancata aerazione. Il Massaja si abbandona poi ad un’osservazione del tutto opinabile, quando sosteneva che “le persone, secondo la loro costituzione, venivano colpite o nel novilunio o ne plenilunio, e mai nel corso dell’accrescimento o del mancamento della luna”. Da notare che il Massaja riteneva che anche l’effetto della vaccinazione antivaiolosa risentisse delle fasi lunari e che l’efficacia della stessa fosse diversa “in luna mancante o in luna crescente” (III, p. 23).

La febbre gialla veniva dunque considerata “un flagello dei paesi caldi e quindi anche di una gran parte del continente africano” benché si manifestasse con sintomi diversi tra cui spiccavano il vomito e la diarrea: in particolare con il vomito e con maggiori probabilità di guarigione nei paesi alti e freschi; nella sua forma più grave con la diarrea nei paesi più caldi (III, p. 24). Riferisce il Massaja che i maghi del luogo la curavano con mezzi “ridicoli e superstiziosi”. Egli avendo terminata la riserva di “farmaci europei” fu indotto a ricorrere al tamarindo “rimedio efficace per moltissimi malanni in quei paesi”. Una dieta rigorosa e tre giorni di decotto di tamarindo, del quale venivano sfruttate le proprietà lassative, portavano il malato a rapida guarigione, così almeno assicura il missionario piemontese. “Nei paesi alti dove era difficile trovare il tamarindo si ricorreva ad altri purganti, e specialmente al ricino e in mancanza di questo all’emetico, di cui era ancora ben provveduto”. In qualche caso tentò anche la terapia con solfato di chinino ma senza risultati apprezzabili.”

 

La sifilide

Un’altra patologia che il Massaja ebbe ad affrontare fu la sifilide. Un caso particolarmente grave fu quello di Kisti Duki, un ricco signore dei Galla, nel quale “il canale della respirazione ridotto tutto una piaga, e per metà corroso, mandava continuamente un umore puzzolentissimo… e aveva inoltre del tutto perduta la voce”. Il Massaja affrontò inizialmente il caso con il “purgarlo blandamente” e poi con unguento mercuriale in dosi crescenti. La cura ottenne risultati miracolosi e “dopo quindici giorni vidi un miglioramento, e alla fine del mese cessato lo scolo di quel puzzolente umore, le piaghe cominciarono a rimarginarsi la voce a poco a poco prese a tornare. Insomma dopo alcuni mesi guarì quasi perfettamente”. “Lo schifoso morbo”, come il missionario piemontese lo chiama, era molto diffuso, ma si presentava con quadri clinici diversi a seconda che colpisse “le persone dei paesi bassi e caldi, oppure degli alti e freddi”.

Nei primi si manifetsava come un’affezione cutanea “con piaghette e contorni sifilitici su tutta la pelle, rosse e vegete nella luna nuova, purulente nella luna piena, ed asciutte sul finire delle fasi”, Nei paesi alti colpiva “principalmente al naso, alla bocca, alla gola, e raramente alle parti naturali”. Un caso clinico difficile fu quello di una donna “coperta da capo a piedi di piaghe…  e per questo ripudiata dal marito”. Il Massaja intervenne con alcune pillole di sublimato e “acqua gommata addolcita con miele” ottenendo la perfetta guarigione in capo a tre settimane… cosa che potrebbe far pensare che il Massaja avesse realmente poteri soprannaturali (!).

Il Massaja pur curando la malattia con mercuriali, non lesinava raccomandazioni di medicina preventiva consigliando la monogamia e la fedeltà coniugale. Un intero villaggio affetto da sifilide venne curata dal Massaja presso la località di Loja (III, p. 127). Anche in questo caso utilizzò “la cura mercuriale”. Anche nei bambini si avvalse della somministrazione graduale di “pillole di sublimato in minima dose”, cercando di migliorare la povera dieta con grassi e proteine: “butirro”, carne di pecora e farina d’orzo.  Nella stessa occasione curò un individuo a cui la sifilide, responsabile di una “forte infiammazione”, impediva la minzione. Il Massaja utilizzò “un cataplasma ed alcune mignatte, che fortunatamente si poterono trovare in un pantano vicino” riuscendo migliorarne le condizioni. Poiché “tutto il villaggio era infetto da quella schifosa malattia”, ebbe il suo bel da fare per arginare il contagio, ma ebbe anche “il motivo di predicare e inculcare con più ragione la moralità e il vivere casto”. Gli ottimi risultati ottenuto fecero sì che i capi delle famiglie di Loia, Negus e Sabie, si convinsero di chiedere al Massaja di iniziare l’innesto, che sino ad allora era stato rifiutato.

 

La teniasi e i vermi

Anche la tenia era una patologia così diffusa che “raramente si trova una persona, la quale non ne sia affetta” (IV, p. 123).  La causa, secondo il Massaja, era da ricercarsi nella carne cruda, di cui gli indigeni facevano “molto abuso”.   Ma i vermi, più in generale, rappresentavano una delle patologie più frequenti, che affliggevano le popolazioni abissine e galla “in sì grande quantità da far meraviglia”. La verminosi, secondo il Massaja, si presentava con i sintomi più disparati spesso difficili “a comprendersi dai medici europei” come ad esempio il letargo e alterazioni del polso “stravaganti”.

 

Il Massaia chirurgo

Certamente grave il caso clinico di un giovane che era stato “sorpreso da una banda di assassini” della tribù Kuttai. Questi, oltre ai furti, erano soliti infliggere ben altre sevizie, tanto che il giovane venne evirato e la ferita esitò in un voluminoso “tumore, che crescendo giornalmente, lo ridusse in stato di non poter camminare”. Il Massaja decise che “l’unico rimedio non poteva essere che l’amputazione di quel grosso tumore alla radice e dispostolo con qualche purgante”, la mattina seguente “assistito da due giovani della missione, P. Hajlù e Morka, procedette alla resezione del tumore con un “rasojo ben affilato”. Come riferisce il missionario, fu la prima operazione chirurgica da lui eseguita (III, p. 110). Il decorso fu favorevole, “la piaga mostrossi abbastanza benigna”, senza segni di infiammazione, ma siccome “l’orina usciva da tre aperture”, risolse di chiuderne due e “anche il concentramento dell’orina mi riuscì bene … e dopo otto giorni usciva da un solo canale”. Un intervento chirurgico prima e di plastica urologica (!) poi. Il giovane “in quaranta giorni risanò completamente”. Divenne poi catechista e “vestì l’abito del monaco” con il nome di Abba Dominicus. La notizia dell’intervento accrebbe presso gli indigeni la fama del Massaja come medico o meglio come “mago”.  Va in conclusione sottolineato come il Massaja oltre che missionario, sia stato in realtà anche “medico” e come, operando in situazioni di grave disagio, abbia affrontato coraggiosamente e con perizia patologie anche molto gravi utilizzando adeguatamente i pochi mezzi terapeutici che aveva a disposizione ottenendo quasi sempre successi anche insperati. Certamente encomiabile infine la sua attività di ‘vaccinatore’ contro il vaiolo, che ha certamente preservato dalla grave infezione decine di migliaia di indigeni. 

BIBLIOGRAFIA

1)    AGNOLI F., Un frate amico dell’Africa, in www.libertaepersona,it, 2011
2)    Cardinale Giglielmo Massaja “Abuna Messias”, Catalogo della Mostra, Biblioteca della Regione Piemonte “Umberto Eco”, Torino 2017
3)    D’ANELLI A., Situazione politico-sociale dell’Etiopia e l’opera medica del Massaja, www.cardinalmassaja.it
4)    FORNO M., Massaja Gugliemo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 71 (2008), in www.treccani.it
5)    FORNO M., Tra cristiani e musulmani. Strategie missionarie e prospettive coloniali nell’esperienza pastorale del cardinal Massaja in Africa Orientale, Padova 2010
6)    MASSAJA G., In Abissinia e fra i Galla, Ariani, Firenze 1895
7)    MASSAJA G., I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia, Manuzio, Roma 1923
8)    PICUCCI E., Abuna Messias, Pinerolo 1988
9)    RUFFO V., Il missionario non colonialista. Il cardinal Massaja e l’inculturazione del Vangelo in Etiopia, in www.messaggerocappuccino.it
10)    TUCCI P. L., Il cardinal Massaja, Padre del Fantatà, in www.toscanamedica.org


Il cardinal Guglielmo Massaja, “medico e vaccinatore” tra i popoli dell’Etiopia.
(Giovanni Fasani, Gruppo di Studio di Storia della Pediatria della SIP)
Una puntuale segnalazione di Pier Luigi Tucci mi ha spinto ad approfondire un aspetto della figura del frate francescano Guglielmo Massaja (Fig. 1). Il Massaja, nato a Piovà d’Asti l’8 giugno 1809, venne battezzato coi nomi di Lorenzo Antonio, ma assunse poi il nome del fratello, Gugliemo, quando divenne frate cappuccino nel 1826. Fu poi ordinato sacerdote nel 1832 ed ebbe l’onore di essere nominato Cardinale da Leone XIII nel 1884. Morì a San Giorgio a Cremano, Napoli, nel 1889. Recentemente è stato dichiarato Venerabile da Papa Francesco. La maggior parte della sua vita pastorale si svolse come vedremo, nelle vesti di missionario e “medico” in Africa, principalmente presso le popolazioni dei Galla dove fondò diverse missioni, tra cui Finfinnì, “nuovo fiore”, che sarebbe poi diventata Addis Abeba.
“Parrà inoltre ai miei lettori curioso, se non un po' strano, che mi sia dovuto occupare di medicina e di chirurgia. E pure furono appunto questi atti di carità che mi aprirono la strada, e mi avvicinarono a quelle popolazioni, cattivandomene la benevolenza. Là non vi sono né medici, né chirurgi; ma solo alcuni maghi che pretendono guarire, più con segni ed oggetti superstiziosi, che con i veri rimedj apprestati dalla scienza e dalla natura. Compresone pertanto subito il bisogno, mi richiamai a memoria quanto aveva appreso di teoria e di pratica su questa materia nell'ospedale mauriziano di Torino, del quale più anni fui Cappellano: e quelle scarse cognizioni mi giovarono grandemente. E poiché là le malattie umane sono più limitate che tra noi, per la costanza del clima e la semplicità della vita; così non tardai a trovare efficaci rimedj di guarigione anche servendomi dell'empirismo indigeno con grande giovamento di quei meschini, e con non minore profitto del mio apostolico ministero, l’innesto del vaiuolo (fantatà nella lingua dei Galla) principalmente, colà sconosciuto, e da quei popoli poscia grandemente apprezzato, mi conduceva ai piedi a centinaia ogni sorta di persone; alle quali, oltre la guarigione materiale, mi studiava dar quella che fra tutte è importantissima e salutevolissima, la morale. E devo in gran parte a questo benefico ritrovata dell'ingegno umano la stima e la benevolenza, che verso la mia persona nutrivano tutti quei popoli.”
Basterebbero queste parole tratte dalla prefazione dell’opera I miei trentacinque anni di missione nell’alta Etiopia (Poliglotta, Roma - Milano 1885) (Fig. 2) per sottolineare quanto importante fu il ruolo dell’attività sanitaria condotta dal cardinal Massaja durante le sue missioni, soprattutto come vedremo, nelle vesti di vaccinatore contro il vaiolo.  Il sapere medico fu un mezzo quasi indispensabile per esercitare il suo ministero e portare avanti l’evangelizzazione di quei territori dell’Etiopia. In diverse occasioni si trovò in contrasto con le popolazioni locali e soprattutto con i regnanti delle varie tribù, che mal sopportavano il grande seguito che il Massaja aveva tra gli indigeni. In particolare ricordiamo che il vescovo copto, tradizionalmente denominato “Abuna Salama”, lo schernì soprannominandolo “Abuna Messias” (Fig. 3), Vescovo Messia, ma il Massaja attraverso le sue azioni trasformò lo scherno in un titolo d’onore.
Abbiamo già sottolineato che spesso i missionari, oltre che prodigarsi per diffondere la religione cristiana, si prodigavano, con impegno non certo inferiore, per l’assistenza sanitaria, per la cura dei malati indigeni spesso affetti da terribili malattie infettive come la lebbra, la febbre gialla e il vaiolo. Il Massaja, lo abbiamo appreso dai suoi diari, non era completamente a digiuno di nozioni mediche, avendo ricoperto la carica di Cappellano dell’ospedale Mauriziano tra il 1834 ed il 1836. In quei due anni ebbe infatti l’occasione di ascoltare quotidianamente le discussioni diagnostico-terapeutiche dei sanitari e di osservare le loro operazioni chirurgiche. Fu proprio l’utilizzo di queste cognizione mediche a favorire successivamente in molte occasioni la sua attività missionaria, conquistando la fiducia degli indigeni per aver risolto o evitato con successo alcune patologie. Non disdegnò comunque di analizzare a fondo e di utilizzare, quando necessario, i rimedi legati alle usanze secolari delle comunità locali
L’innesto e la vaccinazione antivaiolosa
La sua attività sanitaria sia per l’innesto, che per la vaccinazione antivaiolosa e più in generale per la cura delle numerose malattie di cui erano affetti degli indigeni è raccontata da numerosi passi dei suoi diari. Ne seguiamo le tracce nei suoi scritti.  Le prime notizie della sua attività come vaccinatore il Massaja le riferiva agli inizi del terzo libro dei suoi diari quando aveva stabilito la sua residenza nel territorio Gudru, a sud del Goggiam nel centro dell’Etiopia, abitato per lo più dai Galla (Fig. 4). La Missione, dice il Massaja, “si era grandemente popolata” ed egli cominciava a temere arrivasse il “terribile flagello... il quale se mena strage in Europa molto più miete vittime in Africa, dove sino al mio arrivo non conoscevasi punto la vaccinazione…”. La situazione era resa ancora più drammatica dall’assenza di igiene e dalla promiscuità, “si abita e si dorme come animali”, per cui sarebbe stato impossibile contenere il contagio. Coloro che venivano colpiti da vaiolo venivano abbandonati a se stessi, le case e i pochi effetti personali bruciati. Di fronte a questa pericolo incombente il Massaja decise di iniziare a vaccinare con cautela coloro che abitavano la missione. Così racconta: “Dall’Europa aveva portato con me, ben conservata e custodita, una buona quantità di vaccina, ed altra me ne era stata data da Clot-Bey in Egitto e poi dal dottor Pennè in Kartum”. “Un giorno senza dire che cosa fosse e che intendessi fare per non metter in apprensione e destar sospetti in quegli indigeni inoculai il vajolo a tre giovani dei più affezionati e meno timidi”. Ma il risultato non fu pari alle aspettative in quanto la vaccinazione non indusse alcuna reazione. Dopo dieci giorni riprovò inutilmente con altri tre giovani, sospettò allora che la mancata risposta dipendesse dal fatto che la “vaccina avesse sofferto il caldo lungo il viaggio o dal lungo tempo che era stata inoperosa”. Pensò allora di interpellare un ricco proprietario di bestiame della zona, Negus-Schumi, per sapere se le sue vacche fossero per caso malate di vaiolo bovino ed ottenere un vaccino fresco, ma il tentativo andò a vuoto. Il Massaja decise allora di fare un “passo indietro” tornando all’innesto “cioè d’inoculare col pus estratto dagli ammalati stessi di vajolo”. Solo dopo qualche mese si presentò al Massaja l’occasione per ritentare “l’esecuzione del caritatevole disegno”. Nel frattempo fece costruire capanne di isolamento per poter separare gli ammalati dal resto della famiglia “come si usa in simili epidemie”. L’attività del Massaja come vaccinatore poté proseguire grazie alla recrudescenza dell’epidemia di vaiolo ad Asandabo, che egli definì “Un provvidenziale flagello” (III, p.77), perché gli consentì di raccogliere dalle pustole di due giovani, non vaccinati, malati in via di guarigione una certa quantità di pus. Per la conservazione del prezioso materiale, il Massaja si servì di una “trentina di vetri nei quali aveva già portato il pus dall’Europa…”, che riempì e richiuse col mastice affinché il contenuto non si alterasse. In quella stessa epidemia tentò con successo un intervento ortopedico. Racconta infatti di un giovanetto “che stava rincantucciato per terra, teneva sempre le ginocchia piegate”. Scoprì che l’atteggiamento era dovuto a piaghe interne alle ginocchia dove “vi brulicava un gran quantità di vermi”. Temendo che “restasse storpio come suole accadere a tanti indigeni colti da vajolo in giovane età” gli legò le gambe con alcune stecche di legno “finché non fossero tornate al naturale movimento”. Fortunatamente guarì senza contrarre alcun difetto (III, p. 79). Il terribile morbo portava al decesso circa la metà dei giovani colpiti, mentre metà si salvava, “ma quasi tutti restavano o ciechi o storpi”. D’altro canto si chiedeva il Massaja come avrebbe potuto essere diversamente visto che venivano abbandonati senza cure, “gettati per terra come bestie in quelle luride capanne, mezzi ignudi e senza neppure una coperta?”. La grande paura del contagio permise al Massaja di eseguire numerosi innesti, “centinaia di persone in un giorno… in un’ora più di cinquanta persone” (III, p. 82), che “grazie a Dio, nel settimo giorno e quasi alla stessa ora furono presi tutti dalla febbre e dopo tre giorno comparve la pustola sulla ferita dell’inoculazione”. Il risultato positivo ottenuto richiamò un grande numero di persone spingendolo ad estendere l’innesto, non senza qualche preoccupazione, indistintamente a tutti coloro che ne fecero richiesta. In qualche caso trovò non poche resistenze da parte di alcuni indigeni convinti che il vaiolo fosse un fenomeno soprannaturale dovuto a “un genio malefico”, a cui era inutile resistere e che poteva essere placato solo da “sacrifizi e oblazioni”.   L’attività d’inoculazione proseguì successivamente a Gombò (IV, pp. 22-29) dove la fama di “guaritore” aveva preceduto il suo arrivo. Avvicinato dai capi della comunità venne rassicurato sul fatto che “tutti vi stimano e vi portano affetto” avendo avuto notizia “del ben che facevate”. Quasi tutti si dichiararono pronti a fare tutto ciò che chiedeva “purché diate anche a noi la medicina del vajolo”. Il Massaja cominciò quella che egli, forse stanco, qui chiamava “nojosa fatica”, inoculando il vaiolo a quindici persone della casa ove venne ospitato. Poi, dopo qualche esitazione di alcuni indigeni, avviò l’inoculazione su grande scala visto che: “cominciò a presentarsi una folla sì grande, che non mi dava il tempo né di mangiare, né di pregare, né di dormire”. E non poteva neppure farsi aiutare da qualche collaboratore perché era nato il pregiudizio che l’effetto dell’innesto fosse dovuto alla sua saliva, con cui inumidiva il pus. Ciò rendeva impossibile la sostituzione di persona. Vi furono alcuni non responder, che il Massaja attribuì “all’aver avuto nell’infanzia il vajolo”. Trattandosi di innesto ebbe anche alcuni casi di “vero vajolo”, che fortunatamente “dopo otto giorni restarono perfettamente guariti” (IV, p. 28). “Fra tutti coloro ch’ebbero innestato il vajolo, più di un centinajo erano bambini e fanciulli sotto i due anni”. Le stesse condizioni si ripeterono nei villaggi di Giarri e di Gobbo (IV, pp. 30-39). Nelle due località citate, l’attività di innesto del vajolo fu realmente intensa. Moltissime le richieste della “medicina contro il vajolo”, che spinse il Massaja ad inoculare sino a 120 persone al giorno (IV, p. 31). Dopo quindici giorni di faticoso lavoro non vi fu più alcuno da inoculare e gli indigeni dei due villaggi “cominciarono a far festa, dandosi ad ogni sorta d’allegria, cantando lodi ad Abuna Messias…, con banchetti in suo onore…. e regali di bovi, pecore, capre, galline, uovi, sali, grani, insomma ogni ben di Dio… ”. Le lodi al Massaja si sprecarono esaltando “le meraviglie dell’innesto del vajolo e le virtù del Padre Bianco, che aveva portato al popolo tale benefizio” (Fig. 5). Seguì l’inoculazione degli abitanti di altri villaggi come Lagamara, Leka,, Tibiè e Ennerea  (IV, pp. 136-139). Si calcola che il Massaja abbia eseguito oltre 35.000 innesti o vaccinazioni in 35 anni.
La Dissenteria
A Lagamara il missionario fu costretto ad affrontare un’altra patologia, che egli definiva “una delle tre comuni patologie, che distruggono quelle popolazione e devo aggiungere più frequente dopo febbre gialla e vajolo e miete più vittime che non le altre due insieme”, la diarrea. Il Massaja suddivideva tre tipi di diarrea. “La prima era causata da miasmi epidemici, non abbastanza conosciuti, i quali sconvolgendo tutto l’organismo digestivo, producevano una vera dissenteria. Questa era la più terribile e la più difficile da curarsi”. La seconda, meno violenta e ostinata della prima, compariva dopo una carestia generale, soprattutto nelle famiglie che più avevavno sofferto “per povertà o per disgrazie di lunga fame”. “Questa era per lo più cagionata da debolezza ed atonia degli organi digestivi. La terza, comune e più frequente, era prodotta da cause particolari, come disordini nel mangiare, stravizj, o pure da retrocessione di umori nell’interno del tubo intestinale gastrico”.  Purtroppo il Massaja aveva ormai esaurito le scorte di farmaci, “principalmente di medicine europee, richieste per quel male” e lamentava ad esempio la mancanza di “gelatina, tanto efficace per quella malattia”. Contemporaneamente criticava l’uso eccessivo e sconsiderato del latte come rimedio per numerose malattie con il risultato di disturbi gastrointestinali anche gravi. Così come criticava l’abuso del tabacco da fumo, pure utilizzato per le situazioni patologiche più disparate. Il Massaja alla fine risolse che probabilmente la miglior terapia possibile era quella di “rimettere le funzioni digestive” attraverso un’alimentazione il più corretta possibile a base “carne secca”. “Prevedendo che alla carestia sarebbe tenuta dietro la diarrea, aveva fatto una grande provvista di carne secca, cioè quei pezzi muscolo, che colà si tagliano a lunghe liste, e poi seccati si tengono in conserva; or questa carne, tagliuzzata ed arrostita sul metàd, faceva masticare continuamente agli ammalati; affinché inghiottendola con molta saliva, ricevessero nello stomaco in nutrimento sostanzioso, e saturo di umore digestivo”. Da bere preparava un decotto di tamarindo oppure di “orzo abbrustolito con sugo di limone”, spesso anche qualche sorso di idromele “nella proporzione di una parte di miele e tre di acqua, fermentato con erbe aromatiche”. La diarrea “miasmatica”, scriveva il Massaja, era quella che presentava maggiori difficoltà di cura e mise “a tortura il mio cervello e la mia limitata perizia, per trovare, fra i pochissimi mezzi che il paese offriva, quali potessero essere per arrestarla”. Per calmare i dolori ricorreva principalmente “alla benedetta e provvidenziale malva” o a rimedi a base di papavero, lattuga selvaggia e domestica, tamarindo, anice e camomilla. Ma mancavano altri rimedi in particolare farmaci che potessero risolvere i casi di diarrea più grave “con forti dolori, spasmi ed evacuazioni con emissione di sangue”. La situazione era spesso peggiorata dall’intervento di maghi del luogo, chiamati Oghessa, che propinavano ai pazienti intrugli micidiali.
La febbre gialla
Non meno terribile era la febbre gialla, anch’essa attribuita a un “genio malefico” e vi fu un’occasione nella quale alcuni detrattori del Massaja giunsero a ritenerlo responsabile del contagio.  Il Massaja oltre allo scontato suggerimento di evitare il contatto con gli ammalati di febbre gialla (III, p. 22), suggeriva alcune precauzioni “riconosciute opportune ed efficaci” come il “tenere sempre in bocca alcune erbe aromatiche, utilissime in quei paesi caldi per eccitare la salivazione, e neutralizzare l’aria venefica che vi si andava respirando”, anche perché per la lunga esperienza il missionario “si era convinto che il veleno di quella malattia si comunicasse alle persone più per mezzo della respirazione che per altra causa”. La situazione era peggiorata “dall’insalubrità di quelle misere capanne, e la poca o nessuna pulitezza”, l’assenza di finestre e la mancata aerazione. Il Massaja si abbandona poi ad un’osservazione del tutto opinabile, quando sosteneva che “le persone, secondo la loro costituzione, venivano colpite o nel novilunio o ne plenilunio, e mai nel corso dell’accrescimento o del mancamento della luna”. Da notare che il Massaja riteneva che anche l’effetto della vaccinazione antivaiolosa risentisse delle fasi lunari e che l’efficacia della stessa fosse diversa “in luna mancante o in luna crescente” (III, p. 23). La febbre gialla veniva dunque considerata “un flagello dei paesi caldi e quindi anche di una gran parte del continente africano” benché si manifestasse con sintomi diversi tra cui spiccavano il vomito e la diarrea: in particolare con il vomito e con maggiori probabilità di guarigione nei paesi alti e freschi; nella sua forma più grave con la diarrea nei paesi più caldi (III, p. 24). Riferisce il Massaja che i maghi del luogo la curavano con mezzi “ridicoli e superstiziosi”. Egli avendo terminata la riserva di “farmaci europei” fu indotto a ricorrere al tamarindo “rimedio efficace per moltissimi malanni in quei paesi”. Una dieta rigorosa e tre giorni di decotto di tamarindo, del quale venivano sfruttate le proprietà lassative, portavano il malato a rapida guarigione, così almeno assicura il missionario piemontese. “Nei paesi alti dove era difficile trovare il tamarindo si ricorreva ad altri purganti, e specialmente al ricino e in mancanza di questo all’emetico, di cui era ancora ben provveduto”. In qualche caso tentò anche la terapia con solfato di chinino ma senza risultati apprezzabili.”
La sifilide
Un’altra patologia che il Massaja ebbe ad affrontare fu la sifilide. Un caso particolarmente grave fu quello di Kisti Duki, un ricco signore dei Galla, nel quale “il canale della respirazione ridotto tutto una piaga, e per metà corroso, mandava continuamente un umore puzzolentissimo… e aveva inoltre del tutto perduta la voce”. Il Massaja affrontò inizialmente il caso con il “purgarlo blandamente” e poi con unguento mercuriale in dosi crescenti. La cura ottenne risultati miracolosi e “dopo quindici giorni vidi un miglioramento, e alla fine del mese cessato lo scolo di quel puzzolente umore, le piaghe cominciarono a rimarginarsi la voce a poco a poco prese a tornare. Insomma dopo alcuni mesi guarì quasi perfettamente”. “Lo schifoso morbo”, come il missionario piemontese lo chiama, era molto diffuso, ma si presentava con quadri clinici diversi a seconda che colpisse “le persone dei paesi bassi e caldi, oppure degli alti e freddi”. Nei primi si manifetsava come un’affezione cutanea “con piaghette e contorni sifilitici su tutta la pelle, rosse e vegete nella luna nuova, purulente nella luna piena, ed asciutte sul finire delle fasi”, Nei paesi alti colpiva “principalmente al naso, alla bocca, alla gola, e raramente alle parti naturali”. Un caso clinico difficile fu quello di una donna “coperta da capo a piedi di piaghe…  e per questo ripudiata dal marito”. Il Massaja intervenne con alcune pillole di sublimato e “acqua gommata addolcita con miele” ottenendo la perfetta guarigione in capo a tre settimane… cosa che potrebbe far pensare che il Massaja avesse realmente poteri soprannaturali (!). Il Massaja pur curando la malattia con mercuriali, non lesinava raccomandazioni di medicina preventiva consigliando la monogamia e la fedeltà coniugale. Un intero villaggio affetto da sifilide venne curata dal Massaja presso la località di Loja (III, p. 127). Anche in questo caso utilizzò “la cura mercuriale”. Anche nei bambini si avvalse della somministrazione graduale di “pillole di sublimato in minima dose”, cercando di migliorare la povera dieta con grassi e proteine: “butirro”, carne di pecora e farina d’orzo.  Nella stessa occasione curò un individuo a cui la sifilide, responsabile di una “forte infiammazione”, impediva la minzione. Il Massaja utilizzò “un cataplasma ed alcune mignatte, che fortunatamente si poterono trovare in un pantano vicino” riuscendo migliorarne le condizioni. Poiché “tutto il villaggio era infetto da quella schifosa malattia”, ebbe il suo bel da fare per arginare il contagio, ma ebbe anche “il motivo di predicare e inculcare con più ragione la moralità e il vivere casto”. Gli ottimi risultati ottenuto fecero sì che i capi delle famiglie di Loia, Negus e Sabie, si convinsero di chiedere al Massaja di iniziare l’innesto, che sino ad allora era stato rifiutato.
La teniasi e i vermi
Anche la tenia era una patologia così diffusa che “raramente si trova una persona, la quale non ne sia affetta” (IV, p. 123).  La causa, secondo il Massaja, era da ricercarsi nella carne cruda, di cui gli indigeni facevano “molto abuso”.   Ma i vermi, più in generale, rappresentavano una delle patologie più frequenti, che affliggevano le popolazioni abissine e galla “in sì grande quantità da far meraviglia”. La verminosi, secondo il Massaja, si presentava con i sintomi più disparati spesso difficili “a comprendersi dai medici europei” come ad esempio il letargo e alterazioni del polso “stravaganti”.
Il Massaia chirurgo
Certamente grave il caso clinico di un giovane che era stato “sorpreso da una banda di assassini” della tribù Kuttai. Questi, oltre ai furti, erano soliti infliggere ben altre sevizie, tanto che il giovane venne evirato e la ferita esitò in un voluminoso “tumore, che crescendo giornalmente, lo ridusse in stato di non poter camminare”. Il Massaja decise che “l’unico rimedio non poteva essere che l’amputazione di quel grosso tumore alla radice e dispostolo con qualche purgante”, la mattina seguente “assistito da due giovani della missione, P. Hajlù e Morka, procedette alla resezione del tumore con un “rasojo ben affilato”. Come riferisce il missionario, fu la prima operazione chirurgica da lui eseguita (III, p. 110). Il decorso fu favorevole, “la piaga mostrossi abbastanza benigna”, senza segni di infiammazione, ma siccome “l’orina usciva da tre aperture”, risolse di chiuderne due e “anche il concentramento dell’orina mi riuscì bene … e dopo otto giorni usciva da un solo canale”. Un intervento chirurgico prima e di plastica urologica (!) poi. Il giovane “in quaranta giorni risanò completamente”. Divenne poi catechista e “vestì l’abito del monaco” con il nome di Abba Dominicus. La notizia dell’intervento accrebbe presso gli indigeni la fama del Massaja come medico o meglio come “mago”.  Va in conclusione sottolineato come il Massaja oltre che missionario, sia stato in realtà anche “medico” e come, operando in situazioni di grave disagio, abbia affrontato coraggiosamente e con perizia patologie anche molto gravi utilizzando adeguatamente i pochi mezzi terapeutici che aveva a disposizione ottenendo quasi sempre successi anche insperati. Certamente encomiabile infine la sua attività di ‘vaccinatore’ contro il vaiolo, che ha certamente preservato dalla grave infezione decine di migliaia di indigeni.
BIBLIOGRAFIA
1) AGNOLI F., Un frate amico dell’Africa, in www.libertaepersona,it, 2011
2) Cardinale Giglielmo Massaja “Abuna Messias”, Catalogo della Mostra, Biblioteca della Regione Piemonte “Umberto Eco”, Torino 2017
3) D’ANELLI A., Situazione politico-sociale dell’Etiopia e l’opera medica del Massaja, www.cardinalmassaja.it
4) FORNO M., Massaja Gugliemo, in Dizionario Biografico degli Italiani, 71 (2008), in www.treccani.it
5) FORNO M., Tra cristiani e musulmani. Strategie missionarie e prospettive coloniali nell’esperienza pastorale del cardinal Massaja in Africa Orientale, Padova 2010
6) MASSAJA G., In Abissinia e fra i Galla, Ariani, Firenze 1895
7) MASSAJA G., I miei trentacinque anni di missione nell’Alta Etiopia, Manuzio, Roma 1923
8) PICUCCI E., Abuna Messias, Pinerolo 1988
9) RUFFO V., Il missionario non colonialista. Il cardinal Massaja e l’inculturazione del Vangelo in Etiopia, in www.messaggerocappuccino.it
10) TUCCI P. L., Il cardinal Massaja, Padre del Fantatà, in www.toscanamedica.org

Nika Filipponio

 

 

 

 

 

A cura di Nika Filipponio

L’allattamento in epoca greca e romana

“La donna è metà madre per partorire e metà madre per nutrire il suo frutto: essa diventa  madre intera solo quando nutre i suoi figli al seno”.

Marco Aurelio

 

Ippocrate di Coo e Sorano di Efeso

Il primo grande rappresentante della medicina greca, che si interessò della salute della donna e del bambino, fu Ippocrate di Coo (V° secolo a. c. –460/377 ca. a. C.) Nel suo “Corpus Hippocraticum” si fa cenno, per la prima volta, alla nutrizione del neonato ed al mistero della formazione del latte materno, per il quale il medico greco ipotizzò una relazione diretta tra utero e seni, relazione che avrà una rilevanza fondamentale fino al XVIII° secolo.

Ma per trovare dei veri precetti di puericultura, dedicati all’assistenza del neonato e all’allevamento del bambino nei primi mesi di vita, dobbiamo aspettare Sorano di Efeso (98 – 138 d. C.). Il maestro efesino che, dopo aver studiato alla scuola di Alessandria, visse a Roma nella prima metà del II° secolo d.C. (sotto gli imperatori Traiano e Adriano) nella sua unica opera superstite: Gynecia, fornì consigli pratici sulle modalità dell’allattamento al seno, come ad esempio quale fosse la posizione migliore per allattare e quale posizione dovesse assumere il bambino dopo aver poppato. L’invito, che rivolse ai lettori del suo trattato, fu di perseguire la moderazione nel  numero delle poppate, sconsigliando di allattare in qualunque momento della giorno e della notte, oppure ad ogni pianto del bambino. Egli, inoltre, affermò come fosse necessario alimentare il poppante, per i primi due giorni di vita, solamente con miele bollito e di aspettare altre 20 prima di attaccarlo al seno della madre, nutrendolo, nel frattempo, con il latte di altra donna. Questo accorgimento fu conseguenza della sua personale convinzione , che influenzò i secoli a venire, che il latte della madre per circa 20 giorni fosse inadatto ed indigesto per il neonato, a causa del travaglio del parto e delle abbondanti emorragie ad esso conseguenti; la sua convinzione contrastava, però, con l’opinione di un certo Damaste (citato polemicamente da Sorano stesso) che, invece, consigliava di attaccare il neonato al seno della madre subito dopo la nascita, per consentire in tal modo una più rapida ed abbondante formazione del latte. Nonostante la forte difesa dell’allattamento materno, Sorano non si oppose, in  caso di reale impedimento, al passaggio all’allattamento mercenario, affermando che “come la terra dopo che ha dato i suoi frutti si indebolisce e per alcun tempo diviene sterile, così anche la donna che allatta può invecchiare anzitempo” per il quotidiano impegno alimentare. La sua attenzione si concentrò, quindi, sulla scelta della nutrice, fissando dei canoni fondamentali, che saranno seguiti nei secoli successivi, perché la ricerca della balia fosse la più oculata e giusta possibile. “Bisogna scegliere la nutrice non più giovane di 20 anni, non più vecchia di 40 anni, che abbia partorito due o tre volte, sana, vigorosa, di regolare complessione corporea, di bel colorito, che abbia seno ben sviluppato, rigonfio, molle , senza righe, capezzoli non troppo grandi, né troppo piccoli, né troppo stretti, né troppo porosi e che diano abbastanza latte, che sia saggia, non proclive all’ira, greca e pulita”.

Sorano dedicò un intero capitolo alle regole alimentari e fisiche che la nutrice doveva seguire nella vita quotidiana, per poter assolvere ai suoi doveri nel modo migliore specificando anche le attività consigliate per sviluppare i muscoli pettorali: giocare a palla, sollevare pesi, trasportare catini e rifare i letti.

Le divinità femminili precristiane, che presiedevano e proteggevano l’allattamento ed i bambini, potrebbero essere definite “madri di latte”: nel pantheon greco romano erano identificate nella dea greca Hera e nella dea romana Giunone che allattavano rispettivamente Eracle ed Ercole (la dea etrusca Uni allattava Hercle) ed in Artemide e Diana di Efeso spesso raffigurate con molte mammelle e considerate dee della medicina,. Ad esse si aggiungono la dea romana Rumina (da ruma che significa mammella) che favoriva la produzione corretta e costante del latte materno, la dea romana Nutrix Augusta e le dee etrusche Menvra e Artumes. In Magna Grecia si trovano esempi di statuette in terracotta di figure femminili allattanti (fine VI° - V° sec. a.C.) che si pensa possano testimoniare un culto italico dedicato ad una divinità simile a Demetra.

L’elogio dell’allattamento materno

A Roma l’allattamento materno fu strenuamente difeso da filosofi, medici, eruditi e giureconsulti da Aristippo (435-366 a. C.) a Cicerone (106-43 a. C.), da Favorino (80-150 d. C.) ad Ulpiano (II° sec. d. C.). Il moralista Plutarco (50-120 d.C.) affermò che la Natura aveva scelto per il seno una posizione alta rispetto al resto del corpo della femmina umana, perché ella potesse abbracciare ed affezionarsi al figlio mentre lo stava allattando. L’autore cristiano pensava prima di tutto al bene del bambino: infatti scrisse che “la protezione dell’infanzia era un dovere  umano e sociale”.

A differenza dei primi tempi della repubblica Romana, nei quali l’allattamento materno fu compito fondamentale delle madri, si andò diffondendo sempre di più l’usanza dell’allattamento mercenario, a tal punto che l’autorità imperiale dovette intervenire per incentivare quello materno; infatti Antonino Pio (86-161 d. C.) stabilì ricompense in favore dell’allattamento materno e Marco Aurelio (121-180 d.C.) decretò “che la donna è metà madre per partorire e metà madre per nutrire il suo frutto; essa diventa madre intera solo quando nutre i suoi figli al seno”.   

Proprio in questo contesto si inserì l’Elogio delle allattamento materno nelle “Notti Attiche” dello scrittore latino Aulo Gellio (Roma 130 d.C.) che, riportando il discorso fatto dal suo maestro Favorino di Arelate (retore gallo romano di Arles, l’antica Arelate) alla moglie di un suo discepolo, che aveva appena partorito e non aveva intenzione di allattare al seno il suo bambino, disse: “O donna ti prego lascia che costei sia completamente madre di suo figlio! Cos’è questo voler andare contro natura? Questo essere madre a metà e non sino in fondo? Questo creare e subito allontanare da sé ciò che si è creato? Aver nutrito nell’utero, col proprio sangue una creatura quando ancora non la si vedeva e non vederla nutrire col proprio latte quando la si vede, quando orami vive, quando è già creatura umana e implora da chi l’ha messa al mondo che compia il suo ufficio di madre”.    

Galeno e l’emogenesi del latte

Le perfezione del latte materno fu esaltata anche da Galeno di Pergamo (138-201 d. C.), il più grande medico greco dopo Ippocrate, che, nella sua opera “De sanitate tuenda”, affermò “…la provvida natura ha preparato per il neonato un alimento perfetto umido e caldo(secondo il classico schema ippocratico delle costituzioni) – il latte materno – e lo ha provveduto della sua innata capacità ad usarlo. Infatti il bambino appena nato allorché la madre introduce il capezzolo nella sua bocca, si attacca ed inghiotte prontissimamente”.
Galeno soffermò la sua attenzione sull’importanza delle prime impressioni che si fissavano, attraverso il latte nell’animo del neonato; era un concetto presente nella società romana, infatti” la moglie di Catone il Vecchio allattava simultaneamente il proprio figlio e quelli degli schiavi, affinché questo comune nutrimento ispirasse ai secondi l’affetto per il primo”. L’intuizione del grande medico di una trasmissione tra madre figlio di qualche cosa che andava oltre al semplice liquido, carica di grande fascino e di completezza l’atto materno dell’allattamento al seno.
Il grande medico ripropose nella sua opera “De usus partium”, l’idea di un collegamento (consensus) fra mammella ed utero, che era stata già ipotizzata da Ippocrate ed in seguito anche da Aristotele, ma legandola ora ad una specifica teoria sulla formazione del latte. Questa teoria identificava nel sangue il liquido corporeo fondamentale, che collegava, tramite arterie e vene, in maniera bidirezionale, mammella ed utero, in modo da nutrire sia il feto (flusso verso il basso), sia il neonato (flusso verso l’alto). Il latte, come anche lo sperma, si sarebbe formato per” cozione” (cioè cotto e sbiancato attraverso la circolazione dei vasi sanguigni). La spiegazione, e qui sta la vera novità, era fondamentalmente centrata non tanto sul principio metafisico del calore vitale, ma sull’osservazione accurata dei percorsi del sangue nel corpo, che avveniva attraverso la dissezione delle vene e delle arterie; da qui nacque la cosiddetta teoria della “emogenesi del latte”, che tanta fortuna riscosse nei trattati di anatomia e fisiologia fino al 1700.   
Galeno ritenne l’allattamento incompatibile con il coito e questa incompatibilità derivava proprio dalla teoria testé citata: infatti dal momento che, secondo lui, il latte si formava per cozione, sbiancamento del sangue, il latte della nutrice poteva “essere buono solo se il suo sangue è buono e abbondante.” E il rapporto sessuale interferisce con la distribuzione del sangue nel corpo della donna. “Ordino a tutte le donne che allattano i bambini di astenersi completamente da Venere. Infatti il rapporto con l’uomo provoca i mestrui e il latte si deteriora assumendo un cattivo odore. Anche Sorano  aveva affermato precedentemente che “…il coito raffredda l’affetto per il lattante a causa della distrazione del piacere sessuale” ed inoltre “guasta e diminuisce il latte o lo fa cessare addirittura in quanto stimola la purificazione mestruale attraverso l’utero, oppure provoca il concepimento“.
E tali esortazioni segnarono profondamente i comportamenti sociali e le abitudini sessuali fino al Rinascimento.   

L’influenza del culto della idea egizia Iside si diffuse a macchia d’olio in tutto il bacino del Mediterraneo, dapprima nella cultura greca con la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno nel 332 a. C. ed in seguito nel mondo romano con la conquista della terra dei Faraoni da parte di Augusto nel 31 d. C. ma la diffusione del culto si accentuò nel I° e II° sec. D. c. con una massiccia importazione a Roma di opere d’arte. Quindi la raffigurazione della dea Iside che allatta Arpocrate (Horus bambino) divenne ben nota ai pittori cristiani di Roma dei primi secoli del Cristianesimo. Per la nascita della iconografia della Vergine che allatta il Bambino sembrerebbe quindi essere stato determinante l’apporto della arte alessandrina e copta dal  momento che l’Egitto fu centro di diffusione più importante  della raffigurazione della Iside  Lactans

A sinistra Iside che allatta Horus dal British Museum di Londra; a destra Iside che allatta Catacomba di S. Priscilla Roma sec. II°  d.C.

A cura di Giovanni Fasani

Tra i medici che nel XIX secolo si sono interessati, anche in modo non prevalente, degli aspetti sanitari dell’infanzia e che hanno dato alle stampe pubblicazioni relative alle malattie dei bambini, ho rinvenuto un curioso manuale di Oscar Giacchi edito nel 1879 dal titolo Le malattie ereditarie, epidemiche e contagiose dei bambini (fig. 1),

Le malattie ereditarie, epidemiche e contagiose dei bambini

Fig. 1

che l’autore definisce “lezioni di medicina al popolo”. Si tratta di un volume di 227 pagine scritto in modo gradevole ed arguto  con frequenti giudizi ironici, o peggio sarcastici, sui suoi colleghi e sulle usanze sanitarie dell’epoca. Oscar Giacchi, nacque a Monsummano (PT) nel 1834 e morì a Racconigi (CN) nel 1907. Ebbe otto figli. Dopo essere stato per vent’anni medico condotto (p. 17), proseguì la professione quasi esclusivamente come neuropsichiatra. Divenne Direttore del Manicomio di Fermo e successivamente di quello Racconigi ove rimase fino la 1879, anno della sua scomparsa. A Racconigi raccolse i maggiori consensi per la illuminata gestione dell’Ospedale Psichiatrico. L’ospedale era stato aperto nel 1871 nell’edificio restaurato dell’antico Ospedale della Carità costruito nel 1789 su disegno dell’architetto Giuseppe Ottino. Fu anche presidente del Comitato di Studi sulla morte apparente, istituito a Napoli nel 1897. Numerose sono i suoi contributi nell’ambito neuropsichiatrico, come ad esempio quelli sull’isterismo, sull’ipocondria, sulla “patologia dell’amore”, sull’alcolismo, sulla satiriasi (aumento morboso dell'istinto sessuale nel maschio) e sulla “melanconia spermatica” (Aliverti).  Il Giacchi si interessò tuttavia anche ad altri campi della medicina e del sapere. Tra le sue pubblicazioni troviamo un’opera sulla la corretta alimentazione (Il medico in cucina, recentemente ristampata dall’Editrice Ipsa di Palermo) (fig. 2),

Il medico in cucina

Fig. 2

una pubblicazione sui rapporti tra igiene e decadenza fisica ed un’altra sui rapporti tra igiene ed economia politica! Suoi anche lavori relativi all’angina difterica, alla necessità di riprendere in esame le leggi sulla pena di morte ed alcune note sulla scrofola e sulla sifilide. Il manuale in questione sulle malattie dell’infanzia e preceduto da una dedica particolare alla moglie: “Mia cara Valentina.  Non potendo sperare, per cento e più ragioni, di diventare Senatore o Deputato… ti dedico, come pegno di affetto coniugale, questo libretto di interesse eminentemente familiare. E te lo dedico … perché sicuro, sicurissimo, che noi seguiteremo, finché Dio ci darà vita, a mangiare tranquillamente alla medesima mensa, ed impararvi, coll’esperienza giornaliera, quanto giovi un desinare amico dell’igiene e gustato in santa pace.  Accetta adunque, il mio regalo, e persuaditi, mia cara, che se tutti avessero, come noi, la bellezza di otto ragazzi sulle spalle…
Uno dei principali motivi che spinsero il Giacchi a scrivere quest’ultima pubblicazione, come egli confessava agli amici conte Colli-Raccamadoro e contessa Bonafede, era quello di voler soddisfare la curiosità dei suoi lettori sulle “principali e più frequenti malattie dell’infanzia; lavoro – al solito – tutto alla casalinga e senza pretensioni”. Egli si diceva certo che il suo sforzo sarebbe stato apprezzato in quanto teso a “ad istruire il popolo nell’assistenza ai bambini infermi, tanto spesso vittime dell’incuria e di superstizioni che fanno certo torto marcio a questo secolo, che si dice eminentemente progressista e umanitario.” Sosteneva infatti il medico toscano che “In Italia nelle classi meno colte e meno agiate domina la stolta convinzione che i bambini non si debbono curare e, se il bisogno incalza e stringe i panni addosso, a tutto si ricorre fuorché all’arte illuminata…”!
Il primo capitolo si apre con una osservazione sui generis ovvero che il principio in base al quale dovremmo essere cinicamente grati alla “…provvidenza, che colle malattie, colle pestilenze e col cannone, ha pensato a uno spurgo giornaliero per mantenere in regola il bilancio”, è del tutto inaccettabile per l’età infantile. Ciò che irrita il medico toscano è il fatto “...che si debba ammalare un povero bambino, che, straniero agli affetti e alla ragione, non conobbe ancor la colpa…”. “E’ uno di quei bocconi troppo duri che non posso digerire”! Il Giacchi sottolinea come, a suo modo di vedere, “… le malattie dell’infanzia e della prima giovinezza, soprattutto quelle lunghe e dolorose, sono vere e reali sciagure che affliggono l’individuo, la famiglia e la Nazione”.  Delle oltre 220 pagine del volume, trarremo solo alcuni spunti delle prime “lezioni”, che avevano per tema: la “chiacchierata o prefazione”, “l’igiene dei bambini malati e convalescenti” e alcune prescrizioni dietetiche, spesso curiose e in contrasto con le opinioni dei colleghi.  In queste prime “lezioni”, il Giacchi, prima di addentrarsi nei capitoli delle malattie ereditarie, epidemiche e contagiose, prende in esame alcuni principi generali di assistenza al bambino malato, con alcune osservazioni che mantengono anche oggi una loro validità. La prima ad esempio è la difficoltà di visitare i figli dei nobili e dei benestanti: “Se si tratta poi del figliolino di un conte, di un marchese o di qualche altro pezzo grosso, le difficoltà (di visitare) crescono. Preferirei sempre curar piuttosto cento peccatori e dugento peccatrici, che aver a che fare con queste adorabili ed innocenti creature, che appena li guardi fan conto di aver visto il diavolo, appena li tocchi strepitano come se venissero scannati”. La seconda ancor più risentita che: “Ogni medico, per quanto sapiente ed esercitato, può trovarsi davanti al doloroso disinganno….: nel pronostico delle malattie infantili è dove batte più facilmente la capata questo povero diavolo (il medico), da cui la società pretende che conosca a suo vantaggio i più astrusi segreti della vita, e che sappia etiandio squarciare il velo del futuro”  Va sottolineato che il medico toscano, pur dimostrando di non essere un “astensionista” in tema di utilizzo dei mezzi terapeutici allora a disposizione, sottolineava comunque l’importanza del principio fondamentale: “primum non nocere”. Per cui “…a conti fatti è molto meglio medicar con parsimonia, che tormentare con tanti intrugli un povero bambino; ma questa massima però, come tutte le massime, deve essere rispettata nei giusti confini”. Egli riteneva infatti che i delicati equilibri dell’organismo infantile, a maggior ragione durante i periodi di malattia, andassero rispettati e che il bambino andasse curato con la massima attenzione e delicatezza evitando l’uso di terapie troppo aggressive. Aggiungeva che “…la Natura, la forza medicatrice degli antichi, agisce molte volte a conto proprio, e rimedia all’impotenza, e perfino agli spropositi di noi, che senza nemmeno domandarle il permesso, ci qualifichiamo suoi ministri”. Solo “… quando il nemico è forte e minaccia da vicino, il soccorso deve essere il più possibile sollecito ed energico”.  A favore delle sue teorie ricordava ad esempio il caso clinico di “un ragazzetto, che dovette morire per cancrena in seguito di un vescicante applicatogli al petto nell’ultimo periodo di una bronchite genuina; e rammenterò sempre la disperazione di quel povero padre che, contro il mio parere, volle ricorrere a questo rimedio celebrato della vecchia scuola”. Altrettanto critico si dimostrava, ad esempio, nei confronti dell’eccessivo ricorso ai clisteri. Pur senza volerne demonizzare la valenza terapeutica dei “lavativi” in alcuni casi specifici, riteneva infatti che spesso ne venisse fatto un utilizzo eccessivo e improprio:  “…un pietoso esercizio… di cui  spesso le mamme, i parenti e le governanti fanno uso ed abuso e la cui gloriosa istoria si perde nel buio dei primissimi tempi della scienza”. E rincarava la dose osservando che “i poveri piccini debbono, o per amore o per forza farsi sciacquare le budella per il solito dalle mani venerande della nonna che esercita questo ufficio delicato e importante   con tutta la pompa padronale per confermare alla nuora i suoi gerarchici diritti”. Dava poi alcuni consigli sulla somministrazione dei farmaci prendendo a prestito i versi del Tasso:

Così all’egro fanciul noi diamo aspersi
Di soave liquor gli orli del vaso:
Succhi amari ingannato intanto ei beve
E dall’inganno suo vita riceve

Attento alla compliance sosteneva: “A me sembra miglior regola, e più sbrigativa, di preferire quei farmaci che presentano un piccolo volume, quali le polveri che possono mescolarsi con lo zucchero. Le pillole vanno affatto proscritte perché difficoltosissime a buttarsi giù e perché, se rivestite di intonaci, si digeriscono assai male. I decotti e gli infusi vengono più o meno accettati facilmente, quando vi si aggiunga una conveniente quantità di giulebbe (acqua di rose) o meglio rosolio di alchermes (cannella, chiodi di garofani, cardamomo, vaniglia, acqua di rose” (figg. 3 – 4).

 

Chiodi di garofano

Fig. 3

Cardamomo

Fig. 4

E ancora: “ Una solenne minchioneria è quella di disturbare il sonno per amministrare le medicine, mentre il riposo nell’età infanitle è necessario quanto l’aria e quanto il vitto e più giovevole di tutti i guazzabugli farmaceutici”. “Guai – poi -  a lasciarsi andare a rimedi intempestivi e troppo energici”. Il Gracchi ricordava il caso del “nipotino di un suo buon amico ucciso, a rigor di parola, a colpi di lancetta e a morsi di mignatta, senza contare i vessicanti, i senapismi e le altre crudeltà. E tutto questo per una semplice bronchite, che sarebbe guarita con l’acqua inzuccherata, o tutto al più con qualche grano oppio o giusquiamo” (figg. 5 – 6).

 

Papaver somniferum

Fig. 5

Giusquiamo

Fig. 6

Il capitolo dedicato all’igiene è un’analisi accurata dei metodi assistenziali che il Giacchi ritiene non derogabili per ottenere una perfetta guarigione del bambino malato.  Una prima osservazione è quella sull’inutilità delle diete rigorose troppo spesso adottate a fronte della necessità di un’alimentazione sostanziosa. Vi è poi la necessità di osservare precise regole d’igiene del corpo e dell’ambiente. ”Il bagno parziale o generale è uno dei pochi mezzi curativi e preventivi di cui la medicina e l’igiene possano gloriarsi sul serio d’aver fatto acquisto, poiché la virtù benefica dell’acqua, tanto calda come fredda, tanto semplice come ricca di principi minerali, molte volte supera tutta quella che sta rinchiusa nella zucca di tanti maestri e nei barattoli di tante farmacie”. Particolare attenzione poneva alla qualità dell’aria superando la vecchia idea che la stanza del bambino malato dovesse restare ermeticamente chiusa ed il bambino stesso pesantemente coperto, al contrario il Giacchi esortava i medici ad opporsi a questo “zelo intempestivo delle persone profane all’arte salutare”. “La camera, perché riesca all’esigenze di un’igiene ben intesa, deve conservare una temperatura mite e costante, e soprattutto occorre che l’atmosfera che vi stanzia sia rinnovata di frequente, onde l’infermo non respiri i miasmi e le cattive esalazioni che provengono dalle morbose secrezioni, specialmente nelle febbri di indole infettiva”.  Ma anche l’aspetto psicologico e quello relazionale non andavano sottovalutati. Il Giacchi riteneva necessario che il medico e l’infermiera fossero di aspetto gradevole, gentili nei modi e si sforzino di riuscire simpatici al piccolo infermo (!). Bisognava insomma creare un ambiente nel quale il bambino possa trovare le migliori condizioni per una pronta guarigione: “oltre al vitto, che serve a ristorare l’organismo delle perdite, dobbiamo parimente aver riguardo a tutti gli altri agenti che invigoriscono lo stato di nutrizione e rialzano le forze”.  Criticava i suoi colleghi per l’eccessivo rigore nelle diete: “Ogni medico – di scelta o di dozzina – appena ha visitato l’infermo, scritta una ricetta più o meno complicata e fattavi sopra una filastrocca di commenti per soddisfare il cliente e la famiglia, scioglie subito un famoso panegirico sulla virtù del brodo e delle pappe, dipingendo con  sì terribili colori i pericoli di una fetta di pane, di un pezzo di carne o di una coscina di galletto, da far venir voglia di querelare il macellaro, il fornaio e il pizzicagnolo per attentato veneficio”. Ricchissima invece per il Giacchi la varietà delle carni consigliate e tra loro, da buon toscano, riteneva che fosse “da preferirsi assolutamente la carne vaccina ed in particolare la bistecca … la più potente di tutte le pietanze, balsamo salutare dei poveri di forze, farmaco destinato a brillare”. Ma un posto di rilievo spettava anche all’arrosto, al lesso e persino alla selvaggina che “è un eccellente pasto per i deboli convalescenti, quando la borsa lo permette, un fagiano, una pernice, un beccafico, un ortolano sono bocconcini sostanziosi e saporiti che fanno saltare di allegria un povero diavolo, e specialmente un diavoletto, che per molti giorni non poté stringere tra i denti che brodoloni di semolino e pangrattato”. Ed infine le uova che “dopo la carne e il pesce, occupano un posto distintissimo tra gli alimenti per la loro ricchezza in fibrina e albumina. Di quei due materiali cioè, che servono l’uno a ricostruire le masse muscolari, l’altro a fabbricare il cemento che le unisce e le tien salde. Dal canto mio sono così tenero di questo cibo delicato che, dopo mia moglie e i miei bambini, amo, più d’ogni altra creatura, la mia nera pollastrina che quasi tutti i giorni mi procura un frutto del suo ventre”.  I principi dietetici del Giacchi non sono ovviamente sempre sono condivisibili, come ad esempio l’utilità del vino”alimento e medicina insieme”, per cui afferma il Giacchi:  “…guai al babbo sconsigliato che, credendo di far bene, privasse il suo bambino rifinito da recente infermità di questo nettare dei poveri mortali, che vi trovano un sollievo alle fatiche e alle pene della vita”! Un libro curioso e gradevole che merita di essere letto per intero.

Ringrazio il Prof. Massimo Aliverti per le notizie biografiche su Oscar Giacchi.

La corretta alimentazione del bambino, soprattutto nel primo e nel secondo anno di vita, fu uno dei maggiori problemi che afflissero le madri, i medici e le amministrazioni pubbliche nel XIX secolo e nella prima metà del Novecento.
A partire dalla metà dell’Ottocento medici, filantropi e amministratori si dedicarono con assiduità alla promozione di strutture finalizzate all’assistenza delle madri e dei lattante.
L’obiettivo era quello di favorire principalmente l’allattamento materno o di fornire alternative come l’allattamento delle balie mercenarie o quello artificiale (Fig. 1).

 

Fig. 1 - Balia milanese del primo novecento

Fig. 1 - Balia milanese del primo novecento


Dalla metà del XIX secolo in poi si cercò di porre in qualche modo rimedio alla eventuale mancanza di latte materno, o della balia, attraverso la modifica dei latti animali, considerato che i latti di vacca, di capra a di asina, non modificati erano assai squilibrati nell’apporto dei vari componenti (grassi, zuccheri, proteine).
Faceva eccezione forse del latte d’asina che veniva considerato particolarmente adatto al neonato. Klemm, ad esempio, con il sostegno dell’autorevole opinione del direttore dell’ospedale dei bambini di Parigi, in un suo articolo (Sul latte d’asina quale nutrimento pei bambini, in Jahrbuch für Kinderheilkunde und physische Erziehung”, Leipzig, Trubner, 1896, p. 370 ), sosteneva che il latte d’asina era il miglior sostituto del latte materno anche perché l’asino si ammalava di rado e mai di tubercolosi: “Auch der Director des Hospice des Enfants in Paris gab an, dass inner-halb der 12 Jahre des Bestehens der Eselinnenställe im Hospice kein Fall von Tuberculose unter den Eselinnen zur Beobachtung kam”.
Già alla metà dell’Ottocento si ricorreva, però, anche alle prime farine lattee introdotte da chimici e industriali quali: Justus von Liebig (Darmstadt, 12 maggio 1803 – Monaco di Baviera, 18 aprile 1873), Henri Nestlè (Francoforte sul Meno, 10 agosto 1814 – Glion, 7 luglio 1890) e Carl Heinrich Theodor Knorr (Meerdorf, 15 maggio 1800 – Heilbronn, 20 maggio 1875).

I primi due alimenti specifici per lo svezzamento, che fecero la loro comparsa sul mercato a soli due anni di distanza l'uno dall'altro dopo la metà dell'Ottocento, furono proprio la zuppa di malto del chimico tedesco Justus von Liebig nel 1865 e la farina lattea dell'industriale svizzero Henri Nestlé nel 1867 .

Queste due formule ebbero il merito di aprire la strada alla lunga ricerca di alimenti dietetici per l'infanzia, permettendo così una attenzione sempre maggiore per la crescita e la salute dei nostri bambini (Maria Antonietta Filipponio, Lo svezzamento nella storia).
Si trattava di un tipo di alimentazione artificiale ancora ai primordi, molto squilibrata e che causava disturbi gastrointestinali importanti con dissenterie sovente mortali.
Tentativi di modificare direttamente i latti animali per renderli più adeguati all’alimentazione del neonato e del lattante iniziarono verso la metà del secolo ad opera di Cumming (Sull’allattamento naturale e artificiale, in “Annali di chimica applicata alla medicina cioè alla farmacia, alla tossicologia, all’igiene, alla patologia e alla terapeutica”, vol. 45, fasc.1, luglio 1867, pp. 24 – 28), di  Chalvet (Dell’uso del latte vaccino, non raffreddato, né bollito, nell’allattamento artificiale, in “Annali di chimica applicata alla medicina cioè alla farmacia, alla tossicologia, all’igiene, alla patologia e alla terapeutica”, vol. 54, fasc. 3, marzo 1872.,  pp. 155 – 157) e di  Marchand C., Norme per l’allattamento artificiale, in “Annali di chimica applicata alla medicina cioè alla farmacia, alla tossicologia, all’igiene, alla patologia e alla terapeutica”, vol. 59, fasc. 15, novembre 1874, pp. 280 – 281).
Sulla base di questi studi vennero formulati i primi cosiddetti “latti umanizzati”, aggiungendo ulteriori vantaggi a quelli ottenuti col metodo della pastorizzazione introdotta nel 1889 da Franz von Soxhlet (1848 – 1926).
In precedenza troppo spesso la conservazione del latte era priva della necessaria attenzione igienica provocando gastroenteriti gravi.
L’ostetrico cremonese Pericle Sacchi, ad esempio, dopo aver studiato, insieme al sig. Alessandro Baroschi, Capo-chimico dell’Ospedale Maggiore di Cremona, le caratteristiche e la composizione del latte materno e “dell’eccellente latte vaccino, di cui disponiamo a Cremona”, si accinse “a trasformare il latte di vacca in modo da dargli [a suo modo di vedere] i caratteri del latte di donna”, conservando intera la crema, diminuendo a metà la caseina, aggiungendo quanto mancava di lattosio.
I risultati ottenuti furono buoni e contribuirono progressivamente, soprattutto nella prima metà del Novecento, a ridurre la mortalità neonatale.

Il nuovo latte “umanizzato” sortì però un altro effetto importante ovvero quello di contribuire alla riduzione del fenomeno dell’abbandono dei bambini da parte delle madri povere e lavoratrici, impossibilitate ad allattarli e ad accudirli.
Per favorire l’allattamento materno e il baliatico o in alternativa la distribuzione di latte artificiale, nascevano infatti i primi centri di assistenza e di aiuto alle madri e ai neonati.
Obiettivo era quello di fornire se possibile, “nutrici a que’ fanciulli, le cui madri per fisiche indisposizione, o per la conformazione loro non sono atte a nutrire i loro figli, e mancano dei mezzi necessari per procurar loro sostentamento da un’estranea nutrice” (Schizzi F. 1834) o in alternativa, gratuitamente, i “latti umanizzati”.
Erano i primi ‘Istituti lattanti’ o di ‘Aiuto materno’, anche se avevano come funzione prevalente unicamente quella di vicariare l’allattamento materno.
In Lombardia i primi ‘Istituti per lattanti e slattati’ sorsero a Milano nel 1850 grazie all’impegno del pedagogista e filantropo milanese Giuseppe Sacchi (1804 – 1891), seguace ed amico di Ferrante Aporti, già fondatore dei primi asili per l’infanzia a Milano (Fig.2).

Fig. 2 - Cartolina inizi '900 per il ricovero lattanti Miiano

Fig. 2 - Cartolina inizi '900 per il ricovero lattanti Miiano

Il Sacchi aveva preso spunto dalle crêches francesi (Sulla fondazione di speciali ricoveri per bambini lattanti, in “Annali universali di statistica, economia pubblica, geografia, storia, viaggi e commercio”, serie 2, vol. 18, fasc. 53 – 54, dicembre 1848, pp. 123 – 143).
La prima Maison de crêches, o Casa della culla, venne fondata a Parigi nel 1844  ad opera di Jean-Baptiste Firmin  Marbeau (1798 – 1875): si trattava di un ricovero di tre sale a pian terreno con un piccolo cortile.
In una stanza il Marbeau “depose dodici culle donate da dodici benefattrici”, nella seconda uno “scaldatojo per prepararvi i pochi conforti destinati a quei poveri bimbi, e per asciugarvi i pannilini”, la terza stanza per i bambini slattati, che non avevano ancora l’età per essere ammessi agli asili.
Nonostante alcuni detrattori della nuova istituzione, il Sacchi interpellò direttamente madame Villarmè, ispettrice benemerita delle crêches parigine, capitata per caso a Milano.
“Colla scorta dei lumi pratici da questa profferitici e col concorso dei medici…”, fu programmato di istituire ‘Case di Custodia’ per lattanti e slattati, inferiori a due anni e mezzo, figli di madri povere e oneste”, che lavorassero fuori casa.
La necessità di diffondere questi istituti di assistenza, era improrogabile, bastava osservare la differente morbilità e mortalità tra bambini poveri e benestanti.
Lo Zucchi riferiva peraltro (L’istituzione dei ricoveri pei bambini lattanti e slattati, in “Annali universali di medicina”, Vol. CCX, Fasc. 629, novembre 1869, pp. 225 – 293) di alcuni esempi di strutture per lattanti in Italia precedenti ai ‘presepi’ parigini, come ad esempio quello voluto “dal signor Cairati in Lomellina a sussidio delle povere contadine”, quello istituito nel 1840 dal negoziante Michele Bravo nel suo filatoio di seta di Pinerolo per il lattanti delle sue trecento operaie e quello per i figli degli operai delle cartiere Cini a San Marcello in Toscana nel 1842.
In tutta la Lombardia giunse l’eco degli ottimi risultati ottenuti negli istituti per lattanti, o presepi, milanesi che dimostravano una drastica riduzione della morbilità e della mortalità infantile, Furono allora molti a sostenere che questi risultati “…dovevano indurre ad affrettare la costituzione di presepi, al fine di accudire i bambini della madri operaje durante le ore dii lavoro e permettere l’allattamento al seno almeno tre volte nel corso della giornata” (Bissolati S.).
Da notare che la maggior parte delle madri che usufruiva di queste strutture erano filatrici di seta, seguite dalle pettinatrici (!), dalle lavandaie e dalle operaie di altri settori (“Rivista della beneficenza pubblica e degli istituti di previdenza”, vol. 3, fasc. 2, febbraio 1875, p. 182).
La maggior parte dei medici che si interessavano dell’infanzia era convinta, a ragione, che le malattie fossero spesso la diretta conseguenze delle carenze igienico e nutrizionali, oltre all’abitudine invalsa di sottovalutare le condizioni sanitarie del bambino.
La funzione degli asili e dei ricoveri per lattanti e slattati poteva dunque diventare fondamentale per la salute dell’infanzia liberando “… le menti volgari da molti pregjudizi, pei quali sono condotte ad applicare alla cura dei bambini le più strane medicature, o ad abbandonare le malattie di essi fintantoché divengono gravissime e superiori ad ogni risorsa dell’arte medica”.
Lunghe e approfondite analisi a favore degli istituti per lattanti vennero presentate al congresso dell’Associazione Medica Italiana di Firenze del 1866 e nel congresso di Venezia del 1868.
Vennero stilati regolamenti, che prevedevano la presenza del medico ed i suoi compiti (Zucchi C.).
Il medico doveva “visitare giornalmente i neonati e i lattanti per suggerire quei consigli che meglio valgano a tutelare l’igiene generale”: la visita andava fatta ovviamente in presenza della madri per fornire loro consigli igienico – sanitari con particolare riferimento al controllo igienico.
Le migliori condizioni igienico sanitarie degli istituti non furono tuttavia in grado di limitare i danni provocati dalle scadenti situazioni familiari e dai rendiconti sanitari di questi istituti sappiamo che alla fine dell’800 la mortalità era comunque ancora assai elevata.
Da qui nascevano appelli affinché venissero promulgate leggi ”…per la creazione di nuovi istituti, sotto l’egida della Società Nazionale Pro Infantia, (Fig. 3 - 4) nei quali i lattanti venissero accuditi nei tempi  in cui la madre lavorava e dove la madre potesse allattarli ad intervalli”.

Fig. 3 - Cartolina per il XXV anniversario della Istituzione pro infanzia

Fig. 3 - Cartolina per il XXV anniversario della Istituzione pro infanzia

Fig. 4 - Cartolina del 1901 per la societa protezione fanciulli di Milano

Fig. 4 - Cartolina del 1901 per la societa protezione fanciulli di Milano

Nei medesimi si doveva ricavare uno spazio anche per l’allattamento mercenario con nutrici adeguatamente preparate. Da notare che per cercare di assicurare la presenza di nutrici mercenarie in numero adeguato vennero aumentate “convenientemente le mercedi”.

Accanto agli istituti per lattanti e slattati sorsero altre strutture per andare incontro alle madri povere in difficoltà, seguendo l’esempio di analoghe istituzioni estere, in particolare francesi nate tra il 1892 ed il 1894.
In Francia erano nate le cosiddette Gouttes de lait, istituti che avevano prevalentemente la funzione di fornire latte artificiale.
Le Gouttes de lait nascevano anch’esse per contrastare la drammatica mortalità infantile del primo anno di vita dovuta soprattutto alla carenza di latte materno o di balia nei primi mesi di vita, soprattutto nelle classi più povere.
Secondo alcuni la prima Goutte de lait venne fondata per primo da Leon Dufour (1856 – 1928) a Fecamp nel 1894, (Julien P., Pediatrie sociale: le createur de la Goutte de lait e ses biberons, in “Revue d’histoire de la Pharmacie”, Annee 1997, Vo. 85, n. 315, pp. 348 – 350), secondo altri il primo fondatore fu Gaston Variot (1855 – 1930) a Belleville nel 1892.  
“La Goutte de Lait est crèe en 1892 par le Dr. Gaston Variot, chef de service…. a l’hopital des Enfants Assites. Il crèe le premiere dispensaire dans le quartier populaire de Belleville” (Nadin A., Naissance de la puericulture). Erano tuttavia strutture che fornivano aiuto per poche ore alla settimana, una sorta di consultorio nel quale veniva dispensato latte artificiale in caso di necessità e consigli sull’allevamento della prole.
Le strutture in Italia presero il nome di ‘Aiuto materno’. Il primo sorse a Firenze il 23 marzo 1900 ad opera di Ernesto Pestalozza, direttore della Clinica Ostetrica.
Un Aiuto materno per “…l’assistenza ai lattanti poveri legittimi” venne aperto successivamente nel 1907 a Bologna da Gaetano Finizio. L’obiettivo del Finizio era quello di favorire l’allattamento materno o in alternativa di fornire il latte artificiale, evitando se possibile l’allattamento mercenario, che egli riteneva deleterio o comunque l’ultima possibilità (Finizio G., L’istituto aiuto materno e di assistenza ai lattanti a Bologna, in “Bollettino delle Opere Pie e dei comuni”, vo. 27, fasc. 22, novembre 1916, pp. 698 – 702; Allaria G. B., La pediatria in Italia, pp. 836 – 845).
Il Finizio aveva creato un lactarium dove venivano preparati i biberon di latte già pronti da consegnare alle madri. La struttura ebbe caso immediato successo e nel primo anno di vita dell’istituto le richieste di visita e assistenza andarono aumentando in modo esppnenziale, tanto che si auspicava l’immediata apertura di una altri centri analoghi in varie parti della città.
La funzione assistenziale dell’Aiuto materno era diretta a favorire l’allattamento materno, a sorvegliare le madri nell’allevamento igienico del bambino, a dirigere un allattamento misto distribuendo, come si è detto, il latte artificiale nell’intento di prevenire e curare i disturbi della nutrizione e di informare le madri e le famiglie sulle diverse patologia.
Il passo successivo fu in Italia la creazione dell’Onmi e il tentativo di accorpare sotto un unico ente la direzione e/o il controllo di tutti gli istituti del territorio deputati all’assistenza socio – sanitaria dell’infanzia (Fig. 5).

Fig. 5 - Cartolina propagandistica per l'ONMI

Fig. 5 - Cartolina propagandistica per l'ONMI

L’Onmi venne deliberata con decreto ministeriale il 10 dicembre 1925, dopo un’ampia discussione avvenuta il 9 ed il 10 giugno dello stesso anno su testo dell’onorevole Marchiafava.

Alla discussione prese parte attiva anche il medico cremonese Umberto Gabbi (1860 – 1933), deputato e direttore della Clinica Medica dell’Università di Parma.
I pediatri furono comunque coinvolti sin dalle fasi iniziali nell’organizzazione dell’Ente.  Gli obiettivi che l’Onmi si prefiggeva, già descritti nella relazione Marchiafava ed ampliati con un decreto del 1934, erano così enunciati: “1) provvede attraverso le sue Federazioni Provinciali alla protezione delle gestanti e delle madri bisognose, o abbandonate, dei bambini lattanti e divezzi fino al quinto anno appartenenti a famiglie che non possono prestar loro tutte le necessarie cure per un razionale allevamento; 2) favorisce la diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e infantile nelle famiglie, negli istituti, anche mediante l’istituzione di ambulatori per la sorveglianza e la cura delle gestanti, di scuole teorico-pratiche di puericultura e corsi popolari di igiene materno-infantile; 3) organizza i Consorzi antitubercolari in accordo con le Amministrazioni provinciali, con gli ufficiali sanitari dei singoli comuni e con le autorità scolastiche; 4) vigila sull’applicazioni delle disposizioni di legge e dei regolamenti in tema di protezione della maternità e dell’infanzia”.
Inoltre l’Opera è investita di un potere di vigilanza e di controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private per l’assistenza e la protezione della maternità e dell’infanzia (anche ospedali!) con potere di chiederne la chiusura in caso di inadempienze gravi.
L’opera aveva la facoltà di fondare o promuovere la fondazione di strutture per la salute della madre e del bambino, di fondare o promuovere opere ausiliarie per i brefotrofi per la tutela delle madri bisognoso e/o abbandonate, o altre strutture di supporto alla maternità e all’infanzia dove l’assistenza risultasse deficiente.
Aveva anche facoltà di sovvenzionare nuove iniziative di assistenza per la madre e per il bambino e il compito di coordinamento di tutte le strutture pubbliche e private per l’assistenza alla maternità e all’infanzia.
I tre macro-obiettivi dell’Onmi individuati da Allaria erano: il compito morale per rafforzare al massimo i vincoli familiari, il compito sociale per dare il massimo impulso alla natalità, il compito sanitario per ridurre al minimo la mortalità delle madri e dei bambini (Allaria G. B., Il problema demografico del Regno osservato da un pediatra, Tip. Bona, Torino 1929).
Il responsabile scientifico dell’attività pediatrica dell’ONMI tra il 1925 ed il 1943 fu il Prof. Francesco Valagussa (1862 – 1950), docente universitario e primario dell’ospedale pediatrico Bambin Gesù di Roma, socio fondatore della Società Italiana di Pediatria (ricordo che tra i fondatori figurava anche Felice Celli).
Sottolinea Paolo Deotto che tra gli obiettivi dell’Onmi andavano annoverati quelli di “favorire la diffusione delle norme e dei metodi scientifici di igiene prenatale e infantile nelle famiglie …, di organizzare l’opera di profilassi antitubercolare nell’infanzia e la lotta contro le altre malattie infettive,… di vigilanza e controllo su tutte le istituzioni pubbliche e private di assistenza alle madri e ai fanciulli, provvedendo anche, ove necessario, a sovvenzionare istituzioni private meritevoli”.
Sottolineava lo stesso Deotto: “E’ difficile fare gli storici restando sempre dei puri cronisti. Ma è anche disonesto fare gli storici senza guardare, comunque, ai dati di fatto.
E se è vero che il fascismo portò l’Italia alla rovina…. è altrettanto vero  che negli anni del suo consolidamento e del crescente consenso popolare il regime fascista diede all’Italia una legislazione ampia e articolata in materia di previdenza, assistenza e tutela del cittadino”
L’Onmi si impegnò nella fondazione delle cosiddette ‘Case della madre e del bambino’ dove erano in funzione un consultorio ostetrico, un consultorio pediatrico, un asilo – nido per bambini fino ai tre anni e un refettorio materno per gestanti a partire dal sesto mese di gravidanza e nutrici fino al settimo mese di allattamento per fornire loro un apporto nutrizionale adeguato.
Tra le altre istituzioni dell’Onmi va ricordata infine quella della ‘Cattedre ambulanti’, attive per lo più nell’agro romano, costituite da equipe di medici, ostetriche assistenti sanitarie, con il compito fornire gli elementi essenziali di puericultura alle madri di campagna.
L’ONMI pubblicava una rivista propria, “Maternità e Infanzia” e materiale divulgativo. A Cremona patrocinò, alla sua uscita, la rivista “Mamma e bimbi” (Fig. 12), supplemento al “Regime fascista”, edita dal 1938 al 1943.

Fig. 6 - Numero della rivista Mamme e Bimbi

Fig. 6 - Numero della rivista "Mamme e Bimbi"

A “Mamma e bimbi” collaborarono per la parte scientifica pediatri famosi come il professor Girolamo Taccone, direttore dell’Ospedale dei bambini di Milano e il professor Nicola Latronico, primario pediatra dell’Ospedale di Lecco, famoso storico della pediatria.